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A pochi giorni dalle elezioni del 31 ottobre 1920, il sindaco Tommaso Fiore si occupò della “questione casa”. 

Con la deliberazione del Consiglio Comunale di Altamura il 27 novembre 1920 si dette il via all’iter che doveva portare alla costruzione di case popolari, individuando la zona (il quartiere Montecalvario) e procedendo all’esproprio dei terreni prescelti. Era sotto gli occhi di tutti la triste e desolante situazione altamurana, comune ad intere aree del Mezzogiorno. Le condizioni delle abitazioni della maggioranza della popolazione (contadini, artigiani ed impiegati) erano pessime a livello igienico-sanitario. In un sottano (locale semi-sotterraneo) vivevano sei, sette, otto persone spesso assieme ad un animale (mulo, maiale). Rispetto alla aree destinate ad abitazione, la densità della popolazione ad Altamura era altissima. Una situazione intollerabile da affrontare e superare. Da questo stato di cose nacque l’impegno dell’amministrazione comunale che decise di costruire case popolari, avendo a cuore, soprattutto, il miglioramento delle condizioni di igiene dei cittadini. Si costituì una cooperativa che, con le agevolazioni previste dalle leggi vigenti, doveva incentivare l’edilizia privata. Obiettivo nuovo e irrinunciabile era favorire l’acquisto della casa.
Il modello di riferimento fu quello della “città giardino”, sancito dal congresso internazionale tenutosi a Londra nel 1905, che prevedeva un minimo di 100 metri quadri di terreno per ogni locale.
Le tipologie previste erano due: la casetta isolata ad un piano per due famiglie, quasi sempre con stalla, adatta per contadini e artigiani, e la casetta isolata a due piani per due famiglie, adatta per impiegati e piccoli proprietari. In entrambe era previsto uno spazio giardino. Lungo l’asse di Viale Martiri, le due tipologie dovevano alternarsi e, nei pianterreni delle case, dovevano sorgere negozi di diversa natura in modo che il nuovo quartiere potesse disporre autonomamente di beni e servizi.