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Il combattente della pace

di Gianpasquale Santomassimo
Esce «Socialismo e guerra» di Giacomo Matteotti. Una raccolta di scritti sulla tragedia del primo conflitto mondiale, cui l'esponente socialista si oppose strenuamente, facendo leva sulla sua politica internazionalista
Ci sono molti motivi per considerare importante l'uscita degli scritti sulla guerra di Giacomo Matteotti (Socialismo e guerra, a cura di Stefano Caretti, premessa di Ennio Di Nolfo, Pisa University Press, pp. 300, euro 35). Ne elenco brevemente i tre principali: documentano finalmente in maniera completa e dettagliata l'attività e le prese di posizione di quello che fu, nel quadro politico italiano, l'oppositore più intransigente della guerra. In secondo luogo, fanno comprendere chiaramente i motivi per i quali Giacomo Matteotti fu sempre venerato nell'esclusiva dimensione di martire, ma ignorato nel suo pensiero politico, da parte della componente largamente maggioritaria dell'antifascismo italiano, legata strettamente alla tradizione dell'interventismo democratico e dei suoi miti. Infine, questi scritti restituiscono senso e dignità a un termine come «riformismo» negli ultimi decenni declinato come sinonimo di moderatismo o peggio come ammiccamento alla restaurazione sociale.
Sono testi che vanno dal 1912 al 1924, documentando anche posizioni e attività sugli strascichi della guerra e sulla pace difficile e ingiusta. Matteotti considerò sbagliato e pericoloso l'atteggiamento dei vincitori e fu tra i pochi a valutare nel loro giusto rilievo le opere di John Maynard Keynes, non solo come autore de Le conseguenze economiche della pace del 1919, ma anche del meno noto saggio del 1922, A revision of the Treaty: being a sequel to The economic consequences of the peace. Fino a quando non gli fu ritirato il passaporto dal governo fascista partecipò agli incontri internazionali in campo socialista volti a mitigare la «pace cartaginese» di Versailles. Fu anche tra i primi a cogliere la pericolosità di Hitler e del «fascismo in Baviera» in una situazione tedesca ed europea minata dall'irrazionalità delle riparazioni di guerra.

L'avversione al nazionalismo
Ma qui ci occupiamo, per brevità, solo dell'opposizione alla «grande guerra» vera e propria. La sua profonda avversione al bellicismo e al militarismo era già emersa nel 1912 in occasione del conflitto libico, allora in piena consonanza con le posizioni di tutto il suo partito, compreso Mussolini e il fronte «rivoluzionario» che in parte sarebbe divenuto interventista. 
Già nell'agosto 1914 Matteotti enunciava il principio della neutralità assoluta. Di fronte al ricatto del patriottismo usava parole molto dure: «Noi non neghiamo l'esistenza della patria, ma non essa è la nostra idealità; un'altra e più alta assai è la nostra aspirazione. E quando a paladini della patria si ergono i clerico moderati, i nazionalisti, i militaristi... e si servono anzi a tale scopo dello straccetto patriottico - allora noi insorgiamo anche contro la patria. Se vi è un luogo piuttosto dove oggi si lotti per la libertà della patria, quest'è in Tripolitania..., e non di qua dalle prime dune di sabbia». Di fronte alla prospettiva dell'immane e inutile carneficina tra i proletariati europei, propone un vero e proprio scatto di ribellione col ricorso all'insurrezione, quel «sovversivismo» che gli fu attribuito postumo da Piero Gobetti.
Secondo Caretti, Matteotti fu «una sorta di splendido isolato: coerente e tenace assertore di un pacifismo coraggiosamente militante che rimase sostanzialmente inascoltato». E in polemica anche con il partito socialista, giudicato troppo timido per la scelta del «non aderire né sabotare», laddove sarebbero stati necessari gesti più risoluti («tira vento di piccole viltà, anche nel mio partito»). In un articolo sulla «Critica sociale» del febbraio 1915, polemizzando con Turati, ne contestava le posizioni troppo timide: «Da buon riformista, io non ho mai negato le possibilità e necessità rivoluzionarie. Non già quelle che dovrebbero di punto in bianco sostituire il mondo socialista al mondo capitalista, o il mondo dei buoni a quello dei cattivi; ma quelle certamente che ci fanno evitare un maggior male, e che mirano a sbarazzare il terreno del progresso socialista da alcuni particolari ostacoli, da alcune particolari croste, che resistono sebbene al di qua o al di sotto si sia formata una gran forza opposta; e occorre lo scoppio di violenza». A Turati, dominato dallo spettro della possibile guerra civile ottocentesca, contrapponeva l'immagine ancora più tragica della grande guerra moderna e delle sue implicazioni.

Tra minacce, pestaggi e carcere
E anche su questo terreno, infatti, si delinea quella che potremmo definire la «venerazione conflittuale» nei confronti di Filippo Turati, ammirato ma spesso contestato da Matteotti. «Troppo debole è stato il proletariato italiano... - scriveva a guerra ormai proclamata - Prepariamoci ormai a veder dilagare la menzogna... Orsù, lavoratori, che fate? Levatevi il cappello, passa la Patria, e ormai più non ci sono socialisti; passa la Rovina, passa la Guerra, e voi date ancora la vostra carne martoriata». 
Frattanto Matteotti, proprio per la sua intransigente opposizione alla guerra, viene fatto oggetto di attacchi e intimidazioni sempre più minacciosi da parte degli avversari. Il Dottor Matteotti deve scomparire, titola il «Corriere del Polesine», foglio degli agrari, il 5 febbraio 1915. Cominciano le prime aggressioni, gli agguati, i pestaggi, che lo accompagneranno negli anni che gli resteranno da vivere.
Per le sue dichiarazioni al consiglio comunale di Rovigo nel giugno 1916, giudicate «disfattiste» dal Prefetto, Matteotti viene processato e condannato a trenta giorni d'arresto con la condizionale per «grida sediziose e disfattismo». La sentenza del Pretore contrappone Matteotti ai dirigenti socialisti, come Turati, giudicati responsabili e ragionevoli, e stigmatizza il comportamento dell'accusato: «Il dottor Matteotti ha rivendicato a sé il diritto alla più illimitata libertà di parola, considerando che, nei più dei casi, le dottrine giudicate aberrazioni in un'epoca appartengono a verità indiscusse in altra più o meno lontana».
Da allora in poi, la voce di Matteotti fu ridotta al silenzio. Richiamato alle armi nel luglio 1916 in provincia di Verona, fu già alla fine di agosto trasferito in Sicilia, perché considerato dal Comando Supremo un «violento agitatore», la cui permanenza in zona non lontana dal fronte era considerata estremamente pericolosa. Il confino in Sicilia dura dal settembre 1916 sino al marzo 1919, data del suo congedo, prima a Campo Inglese e poi in altre località nei dintorni di Messina, sottoposto a disciplina militare e alle limitazioni di un controllo stringente. Dopo Caporetto, non si associò agli appelli alla «concordia nazionale» del suo partito e guardò con speranza alla prima rivoluzione russa e al manifesto dei 14 punti del presidente Wilson. 

Il dissenso con Turati
Ancora a guerra finita, e col fascismo al potere, dissente dal progetto di Turati e Treves di prender parte alla solenne celebrazione del 4 novembre 1923, giudicando impossibile che i socialisti si trovino coinvolti in un'esaltazione nazionalistica della guerra. «Pensavo - scrive a Turati - anche se noi dovevamo lasciar passare il giorno del Milite Ignoto senza fare nulla, lasciando altrui la brutta ipoteca bellicosa su un simbolo così sentimentale. Noi avremmo potuto richiamarci ad esso come a colui che morì per la patria libera e per un mondo senza guerre... Penserei di riunire il ricordo del Milite Ignoto anche a quello di tutti i nostri morti ignobilmente calpestati in questi giorni».
Anche nei confronti del fascismo, di cui per primo intuì la minaccia e il pericolo di contagio che rappresentava per l'Europa intera, Matteotti raccomandò sempre un atteggiamento più fermo e risoluto. Nella sua ultima lettera a Turati, pochi giorni prima di venire assassinato, scriveva: «Innanzitutto è necessario prendere, rispetto alla Dittatura fascista, un atteggiamento diverso da quello tenuto fino qui; la nostra resistenza al regime dell'arbitrio dev'essere più attiva, non bisogna cedere su nessun punto, non abbandonare nessuna posizione senza le più decise, le più alte proteste. Tutti i diritti cittadini devono essere rivendicati; lo stesso codice riconosce la legittima difesa. Nessuno può lusingarsi che il fascismo dominante deponga le armi e restituisca spontaneamente all'Italia un regime di legalità e libertà (...) Perciò un Partito di classe e di netta opposizione non può accogliere che quelli i quali siano decisi a una resistenza senza limite, con disciplina ferma, tutta diretta ad un fine, la libertà del popolo italiano».

Il Manifesto 11.06.2013