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Galanti e la Puglia degli uomini oziosi

di Alessamdro Leogrande

Sommerse da altri volumi, ho trovato su una bancarella le Relazioni sull'Italia meridionale di Giuseppe Maria Galanti. E`una remota edizione dell'Universale economica del 1952: copertina a strisce orizzontali bianche e rosse, titolo in maiuscoletto, lunga prefazione di Tommaso Fiore. Un
raro gioiello, quasi introvabile. Galanti, allievo di Antonio Genovesi, forse il maggiore sponente dell'Illuminismo napoletano, scrisse una serie di reportage d'antan sul Mezzogiorno. Già autore della Descrizione dello stato antico ed attuale del Contado del Molise, la regione in cui era nato nel 1743, e dell'imponente Descrizione Storica e Geografica delle Sicilie, uscita in quattro edizioni tra il 1786 e il 1790, in seguito fu nominato da re Ferdinando IV di Borbone "visitatore generale delle province del Regno". Ed è sulla base di questo incarico che scrisse nella prima metà del 1791 tre lunghe relazioni sulle province orientali del Regno (laTerra d'Otranto, la Terra di Bari, la Capitanata), percepite da una Napoli cresciuta ipertroficamente come un territorio lontano. Il volume trovato sulla bancarella, ristampato da Capone nel 1984 in una edizione che non conoscevo e a sua volta finita fuori commercio, le raccoglie con grande cura. 
Galanti era un illuminista concreto. Apparteneva a quella schiera di intellettuali persuasi che le riforme non dovessero rimanere nell'empireo dell'elaborazione utopistica. La realtà andava innanzitutto studiata, attraversata, conosciuta. Per questo occorreva "viaggiare": solo in un secondo momento scrivere e avanzare proposte.
E qui vengono fuori due considerazioni. La prima riguarda il contesto in cui le Relazioni vengono scritte: in epoca di monarchie illuminate, e di sconquassi rivoluzionari in un'altra metropoli europea, Parigi, anche la corte di Napoli prova ad avviare un percorso di timide riforme con il coinvolgimento di intellettuali come Galanti. La seconda, ancora piu`interessante, riguarda lostesso autore. Egli è seriamente persuaso che il racconto del Sud non possa essere lasciato ai diari di viaggiodegli scrittori stranieri, costantemente in bilico tra esotismo e approssimazione. Il viaggiatore "interno" è colui che attraversa un mondo che in parte già conosce, ma allo stesso tempo è pronto a cogliere tutti gli elementi di novità e a scorgere i dati oggettivi aldilà delle proprie osservazioni soggettive.
Da qui nasce il metodo-Galanti, tra i precursori di tutti coloro i quali hanno a più riprese sostenuto che le inchieste si scrivono con le scarpe.
Galanti aveva predisposto una sorta di formulario, che sottoponeva di città in città a quelli che oggi potremmo definire "osservatori privilegiati". Alle loro analisi aggiungeva una lunga serie di dati quantitativi reperiti in loco e le proprie considerazioni sullo stato delle cose umane. Quanto alla scrittura, questa nasceva per fasi successive di elaborazione a partire dagli appunti iniziali: insomma, qualcosa a metà tra il reportage e la ricerca etnografica, ma con una spiccata qualità narrativa.Tanto che si può dire che le relazioni di Galanti sono tra i primi esempi di non fiction (o reportage narrativo) meridionale. Stupisce, leggendo il libro, il contrasto tra la radicalità dell'analisi e la moderazione delle soluzioni proposte (in genere, si chiede a Vostra Maestà di realizzare questa o quella riforma all'interno del quadro ferreo di una monarchia il più possibile lungimirante).Girando per le province pugliesi, Galanti scorge una regione molto diversa da Napoli, con ampie zone spopolate. La causa prima della "spopolazione", e quindi dell'arretratezza che blocca la società, è per Galanti "la costituzione feudale che vi è di un gusto singolare e orribile". La gran parte degli insediamenti abitativi, escluse le città più grandi, era sottoposta ai feudi, e quindi ai capricci dei nobili sedimentatisi nel diritto feudale, in un insieme di leggi e usanze spesso diverse da paese a paese ("un Proteo a mille facce").
Per l'autore, il feudalesimo era la causa maggiore del degrado del Sud anche sul piano culturale. Ad esempio, ciò che a suo dire distingue la Terra di Bari, "sopra tutte le altre province del Regno, è la nobiltà, che qui è una specie di malattia di spirito che ha penetrato in tutte le classi e forma un ceto numeroso di uomini oziosi". Tuttavia questa nobiltà aveva due potenti alleati. Il primo era il regime
ecclesiastico: ad esempio, "Lecce, che è una città di14 mila anime, ha 31 monasteri"; oppure "a San Severo, che è la seconda città della Daunia, io ho trovato che (...) tutto è in mano del barone e delle chiese".Il secondo erano i tribunali, che amministravano -in condizioni di totale dipendenza dal potere locale- una giustizia ideata in una capitale lontana.
Accanto all'analisi di ciò che funziona poco e male, Galanti illumina anche gli elementi di vitalità della regione, nell'agricoltura e nel commercio, nei costumi, nei ceti sociali. Lunghe sono le osservazioni sui contadini, la loro vita e il loro mondo:"Fra i costumi di questi popoli io non deggio obliare la tarantola. Ho rilevato che 25 anni fa generalmente le strade erano piene di tarantolati, dopo il mese di giugno.(...). Un tale fenomeno è oggi cessato interamente almeno nelle citta". C'è poi una bellissima pagina sullo stato delle carceri, "per le quali mi sono dato un particolar pensiero". Le carceri di Lucera "fanno spavento a tutti coloro che le riguardano".Quelle di Matera "sono di un orrore che eccede ogni immaginazione. Esse non sono una custodia, ma un luogo di eccidio". A San Severo "trovai per carcere una stanza di circa 20 palmi quadrati, con una piccola finestra sulla piazza".
Nel 2008 Rubbettino ha ripubblicato il suo Giornale di viaggio in Calabria. Sarebbe bello che qualche editore pugliese ripubblicasse le tre Relazioni a suo tempo curate da Tommaso Fiore.

Corriere del Mezzogiorno 29 dicembre 2013