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La coerenza assoluta come unico stile di vita

di Maurizio Viroli 

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“La coerenza per me non è una parola vana, un suono vuoto di senso. Forse l’orgoglio può essere un lusso non concesso alla mia povertà: ma è un lusso interdetto anche questa coerenza morale? Domanda che mi conturba fortemente per i riflessi che voi e più gli amici potete immaginare. Comunque poiché è in gioco non una questione di orgoglio, ma una questione di vita –e torniamo come un circolo chiuso al punto di partenza – non mi è possibile decidere diversamente: sono quindi disposto ad ogni sacrificio pur di non compiere mai nessun atto che sconfessi la mia opera, il mio passato, che giudichi contrario al mio onore, cioè alla mia legge di vita.”
Ferruccio Parri nasce a Pinerolo il 19 gennaio 1890, si laurea in Lettere a Torino. Ufficiale di complemento nella Prima guerra mondiale, più volte ferito. Scrive per il Corriere della Sera, ma nel 1925 lascia perché non condivide la svolta filofascista del quotidiano. Nel dicembre del 1926 organizza insieme a Carlo Rosselli la fuga dall’Italia di Filippo Turati e Sandro Pertini. Vicecomandante del Clnai. Presidente del Consiglio dal 21 giugno al 10 dicembre 1945. Muore l’8 dicembre
1981.
Se Ferruccio Parri fosse vissuto negli Stati Uniti, e avesse fatto quel che ha fatto in Italia – eroe di guerra nel 1915-18 oppositore intransigente del fascismo, leader militare e politico della Resistenza, educatore dei giovani ai valori civili –lo onorerebbero come un secondo George Washington.Nella sua patria lo hanno ribattezzato “Fessuccio Parri”, deriso e dimenticato. Tutti, o quasi, gli americani conoscono il Gettysburg Address pronunciato da AbrahamLincoln il 19 novembre 1863, e lo apprezzano come il testo che esprime l’ideale della loro democrazia. Invece, la deposizione che Ferruccio Parri rende ai giudici del tribunale di Savona nel 1927 per difendersi dall’accusa di “cooperazione alla preparazione ed all’esecuzione dell’espatrio clandestino per motivi politici” (di Filippo Turati, insieme a Sandro Pertini e Carlo Rosselli, ndr ), e che è uno dei testi più eloquenti e intellettualmente rigorosi in difesa della libertà,
anziché essere insegnato in ogni scuola della Repubblica, è conosciuto, forse, da uno sparuto numero di studiosi.
IN QUESTO SCRITTO Parri mette subito in chiaro che nessuno, tantomeno i fascisti, possono dargli lezioni di amor di patria e spiega il significato del suo antifascismo: “contro il fascismo non ho che una ragione di avversione: ma quest'ultima perentoria ed irriducibile, perché è avversione morale; è, meglio, integrale negazione del clima fascista”. Contro i giovani che come lui sono antifascisti in nome di un principio morale, Mussolini non può vincere: “Indenni di responsabilità recenti, intransigenti perché disinteressati, intransigenti verso il fascismo perché intransigenti con la loro coscienza, sono questi giovani i più veri antagonisti del regime, come quelli che hanno immacolato diritto di erigersene a giudici. A essi il fascismo deve, e dovrà, rendere strettamente conto delle lacrime e dell'odio di cui gronda la sua storia, dei beni morali devastati, della nazione lacerata. Il regime li può colpire, perseguitare, disperdere, ma non potrà mai aver
ragione della loro opposizione, perché non si può estirpare un istinto morale.” Queste non sono parole, sono i principi che guidano la vita di Ferruccio Parri. Come a quasi tutti gli antifascisti importanti, il regime gli ha dato la possibilità di tornare in libertà. Deve soltanto scrivere al duce, impetrare grazia e promettere di abbandonare per sempre la lotta antifascista.
Ma compiere quel gesto vuol dire per Parri tradire se stesso, come spiega nella lettera alla madre del 21 gennaio 1929. “Ma voi ed essi dovete intendere che decisioni come queste appaiono di lieve momento solo a chi le consideri con una disinvoltura morale, cui sono per costituzione negato; che decisioni come queste
involgono lo stile di un uomo,il suo modo di vivere, la sua ragione anzi di vivere, di fronte alla quale affetti ed amicizie devono per necessità rimanere al secondo piano. Per risolvermi a decisioni contrarie al mio modo di essere bisognerebbero intervenissero circostanze eccezionali e gravissime che depreco con tutto l’animo”.
ESSERE FEDELI a noi stessi non è peccato di superbia, vale a dire eccessiva stima del nostro valore. È una virtù che nasce dalla coscienza del nostro giusto valore come esseri umani. E qual è il giusto valore che la persona umana è in diritto di attribuire a se stessa? Un valore infinito, e quindi tale da non poter essere barattato, quale sia il bene che viene offerto in cambio: “La coerenza per me non è una parola vana, un suono vuoto di senso. Forse l’orgoglio può essere un
lusso non concesso alla mia povertà: ma è un lusso interdettoanche questa coerenza morale? Domanda che mi conturba fortemente per i riflessi
che voi e più gli amici potete immaginare. Comunque poiché è in gioco non una questione di orgoglio, ma una questione di vita –e troniamo come un circolo chiuso al punto di partenza – non mi è possibile decidere diversamente: sono quindi disposto ad ogni sacrificio pur di non compiere mai nessun atto che sconfessi la mia opera, il mio passato, che giudichi contrario al mio onore, cioè alla mia legge di vita.”
DA PIEMONTESE di ceppo vecchio, Parri detesta ogni forma di autocelebrazione e rifugge la popolarità. Ciononostante, o meglio, anche per questa ragione, ha una grande forza carismatica. I giovani che combatterono nella Resistenza hanno provato per “Maurizio” (il suo nome di battaglia) una devozione totale. Carlo Rosselli, suo compagno di cella e di confino, ci ha lasciato una testimonianza di straordinario valore: “Guardo Parri. Come il suo viso fine, pallido incorniciato da una barba di venti giorni, spira nobiltà. Parri è la mia seconda coscienza, il mio fratello maggiore. Se la prigione non mi avesse dato altro, la sua melanconica amicizia mi basterebbe. Questi uomini alti e puri sono tristi, terribilmente tristi e solitari. Scherzano, ridono, amano come tutti gli altri. Ma c’è nel fondo del loro essere una tragica disperazione una specie di disperazione cosmica. Fino alla conoscenza di Parri, l’eroe mazziniano mi era apparso astratto e retorico. Ora me lo
vedo steso vicino, con tutto il dolore del mondo ma anche tutta la morale energia del mondo, incisa sul volto”. Gli eroi veri, non quelli delle favole per bambini, conoscono la paura, interrogano severamente la loro coscienza, sono consapevoli dei loro errori. In una delle rare pagine nelle quali Parri ha racconta della sua esperienza di ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, possiamo entrare nel suo mondo interiore: “Fu una inquieta notte, non nelle mie abitudini, come se dov’essi anch’io fare i conti finali con la vita. Ma sapevo abbastanza per non meravigliarmi più della viltà naturale degli uomini, così che anche la guerra e quella trista guerra si intesseva di un gioco di scarico di responsabilità, aggravato spesso, in quelli che stanno in alto, dalla ipocrisia e dalla prepotenza. Ma io, col mio orgoglio di fondo, che parte mi prendevo, che figura facevo? Dovevo obbedire ai generali o sparare contro i generali? Una riflessione ormai matura mi aveva insegnato a guardarmi da giudizi avventati sui grandi complessi sociali, avventure e sbandamenti. Ero una pedina. Allora un inganno stupido?
Come conciliare la chiarezza che desideravo nel pensiero e nell’azione, con la consapevolezza della mia ingenuità ma col rifiuto della stupidità? Quale era il Dio che mi impediva quella mattina di appiattirmi, di mandare al macello i soldati, di mandare avanti, al mio posto, il mio soldatino, anche lui con la mamma e il
babbo che lo aspettavano? Il mio Dio non stava in cielo, non stava nella fede dei credenti, nei libri dei filosofi, non nella teorizzazione valida per tutte le genti umane. E spremi, spremi trovavo un solo semplice, non ragionabile ma inestirpabile, invito: ‘sii in pace con te stesso’”. In questa semplice regola sta il segreto delle donne e degli uomini liberi che possono fondare e difendere una vera repubblica.
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Il fatto Quotidiano 18 settembre 2015