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Una colpa ereditata

di Julia Amberger, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Germania

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Il 12 agosto 1944 i soldati tedeschi uccisero 560 persone a Sant’Anna di Stazzema. Settant’anni dopo il massacro, il nipote di uno degli uiciali delle Ss incontra i sopravvissuti.

Ho appena pianto di fronte alle foto sbiadite dei bambini che furono assassinati qui settant’anni fa. Ma non è ancora finita. Andreas Schendel esce dalla chiesa del paese perché Enrico Pieri lo sta aspettando. Pieri guarda il viso di Schendel bagnato di lacrime, poi si gira e indica il sentiero che va verso il bosco. “Si sale di qui”, dice. S’incammina con passo veloce sulle pietre malgrado i suoi 81 anni e il ventre rotondo. Davanti alla prima stazione della via crucis si volta e incrocia le braccia dietro la schiena. Il suo ospite lo segue angosciato, con la testa bassa e lo sguardo perso nel vuoto. Con una mano si tiene stretto alla sua ragazza. Schendel ha quasi quarant’anni meno di Pieri ed è alto almeno trenta centimetri di più, ma in questo momento sembra molto più piccolo. Pieri, un toscano dal volto rugoso e bruciato dal sole, indica la targa in bronzo accanto alla figura di Gesù che porta la croce. È la prima stazione della via crucis. Nell’immagine è raffigurata una donna che tende la mano verso il tallone mentre un uomo in uniforme le conficca la canna del fucile nella pancia. “Questa è Genny Marsili”, dice Pieri al suo ospite. “Si stava togliendo uno zoccolo quando un soldato delle Wafen-Ss (il braccio armato delle Ss) la uccise”.

Pieri si gira, incrocia di nuovo le braccia dietro la schiena e riprende a salire la montagna verso la stazione successiva. L’ospite tedesco resta fermo e si calca il cappello floscio davanti agli occhi. Forse fu lo zio di Andreas Schendel a sparare alla donna. L’unica cosa certa è che suo zio era presente quando, la mattina del 12 agosto 1944, circa 220 soldati delle Waffen-Ss presero il paese di Sant’Anna, un piccolo centro abitato in provincia di Lucca. Arrivarono nel villaggio scendendo dai monti che ora circondano Schendel. Trascinarono gli abitanti fuori dalle case, soprattutto donne e bambini che si erano rifugiati nell’entroterra per evitare i bombardamenti sulla costa. Poi li uccisero e diedero fuoco ai cadaveri e alle stalle. Oggi resta solo qualche casa in pietra sui pendii intorno alla piazza. Quasi tutti gli abitanti furono portati nel punto in cui si trova ora Schendel. Quella mattina suo zio e i soldati delle Wafen-Ss uccisero più di cinquecento persone.

È per questo che Schendel è venuto a Sant’Anna. È la prima volta che un familiare dei soldati tedeschi che commisero l’eccidio fa visita a una delle persone sopravvissute. Durante la seconda guerra mondiale i tedeschi furono responsabili di molti eccidi: a Oradour-sur-Glane in Francia, a Distomo in Grecia, a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema in Italia. Su buona parte dei massacri sono state compiute delle indagini, ma raramente i responsabili hanno dovuto afrontare un processo. Molti di loro non erano più in condizione di essere interrogati o per molti altri non era più possibile dimostrare la loro partecipazione al reato. Nel caso di Sant’Anna invece si è arrivati a una sentenza di condanna contro gli ufficiali giudicati responsabili del massacro: il 22 giugno 2005 il tribunale militare della Spezia ha condannato dieci ufficiali all’ergastolo. La Germania, però, ha negato l’estradizione dei responsabili.

Capire meglio se stesso

Quattro giorni prima dell’incontro con Pieri, sull’EuroCity 87 che da Innsbruck lo porta in Italia, Andreas Schendel mi racconta la storia della sua famiglia. Seduta accanto a lui c’è Eleonora, la sua ragazza, che guarda fuori dal inestrino. Schendel ci tiene a sottolineare che non ha nessuna responsabilità per i crimini commessi a Sant’Anna da suo zio. “E non mi sento in colpa”, dice. Non ha mai conosciuto suo zio Heinrich, detto Heinz. Ma dice che da quando è venuto a sapere delle atrocità che aveva commesso, capisce meglio se stesso e suo padre. Chissà come andrà l’incontro con Enrico Pieri? Dopo la morte della prima moglie, il nonno di Andreas Schendel si sposò di nuovo e dal matrimonio nacque Alfred, il padre di Andreas. Alfred decise di scappare dalla violenza e dalla povertà della sua famiglia: il padre picchiava la madre sotto i suoi occhi e un giorno le ruppe le costole, il fratello maggiore lo costringeva a passare attraverso un buco nella recinzione per intrufolarsi nel terreno del vicino e rubare le patate. Alfred diffidava soprattutto dei fratelli Heinrich e Günther, che dopo la morte della madre, quando avevano 16 e 17 anni, si erano arruolati volontariamente nelle Wafen-Ss. Così Alfred se ne andò di casa e interruppe ogni rapporto con i fratelli maggiori. Per questo Andreas Schendel è venuto a sapere solo pochi anni fa cosa accadde a Sant’Anna. Lo ha scoperto quando un fratello minore di suo padre ha riconosciuto la casa di Heinrich in tv durante un servizio che annunciava la sua condanna in Italia per essere stato tra i mandanti di un crimine di guerra.

Ma la Germania, aveva spiegato il giornalista, non avrebbe estradato l’ex ufficiale delle Ss. Nelle immagini si vedeva un gruppo di persone davanti alla casa di Heinrich Schendel con dei cartelli con scritto: “Assassino”. Andreas Schendel si alza in piedi nel corridoio del treno, si stiracchia e tira fuori il computer dalla borsa. Lo ha portato perché scrive libri per ragazzi e vuole finire un romanzo durante il viaggio. Ma quando appoggia il computer sulle ginocchia e lo accende mi fa vedere le foto di famiglia e i documenti spiegazzati che ha fotografato. Si ferma davanti a una foto. Nell’immagine si vede un uomo alto con i capelli biondi e lo sguardo sfrontato accanto a una casa con una catasta di legna da ardere. L’uomo abbraccia una donna con un grembiule a fiori e davanti ci sono tre bambini. “Heinrich sembra proprio felice”, dice Schendel cliccando su un’altra foto. Heinrich ha le orecchie a sventola e l’aria da ragazzino. Proprio come suo nipote Andreas. “Negli anni settanta Heinrich lavorò come giudice di pace”, racconta il nipote. “Molti dicono che aveva uno spiccato senso della giustizia”. Nel corso della sua ricerca Schendel ha trovato un articolo su Enrico Pieri che lo ha molto colpito. “Non voglio vendetta”, diceva Pieri, “voglio solo giustizia”. È singolare il modo in cui Andreas Schendel ha assunto autonomamente il ruolo del tedesco colpevole. A un certo punto si piazza nello stretto corridoio del treno e si mette a fare delle flessioni sino a diventare rosso in viso. Poi riapre il portatile e guarda un video di lotta che ha salvato sul computer perché da un po’ di tempo tiene corsi di autodifesa. In questo momento è ancora Andreas, il ragazzo di Eleonora, il lottatore professionista, lo scrittore, il viaggiatore. Ma non è ancora arrivato in Italia, e quando ci arriverà le cose cambieranno.

Il nascondiglio

Nel bar di Torre del Lago, il paese dove ha deciso di pernottare, Schendel si muove come in territorio nemico. Il Dalma è un normale bar in un paese a tre quarti d’ora d’auto da Sant’Anna. Una decina di anziani se ne stanno seduti sulle sedie di plastica all’ingresso sbufando fumo di sigaretta nell’afosa aria del pomeriggio. Schendel gli passa accanto con circospezione, fa un cenno con il capo e sorride. “Un cafè”, dice esitando al barista. Poi si azzarda a fare altri due passi. “With hot milk? Is it possible?”. Intanto Enrico Pieri si aggira come sempre tra i monti con il suo Ape Piaggio. Nelle curve più strette Pieri esclama “Oooooh”, si lecca le labbra e ride. Ma quando racconta quello che ha vissuto da queste parti settantuno anni fa, storce la bocca. Pieri si ferma a una curva, scende dall’Ape e imbocca un sentiero in discesa tra i campi che finisce nel suo giardino: un pendio su cui crescono albicocchi, limoni, e piante di zucchine, dove i suoi conigli aspettano il mangiare. Pieri si siede sotto la tettoia accanto al suo banco da lavoro. I soldati quella mattina picchiavano forte sulla porta e gridavano “Rrrrraus!”, ricorda Pieri. Trascinarono lui, i genitori, le due sorelle e i vicini sul sentiero che porta alla piazza della chiesa, poi spinsero tutti nella cucina di un’altra casa. “Cominciarono a sparare subito”, dice Pieri a bassa voce. “Allora sentii qualcuno bisbigliare”. Grazia, la figlia dei vicini, si era nascosta sotto una scala e fece infilare anche lui nel nascondiglio. Guardando attraverso le fessure tra le assi di legno i due bambini videro i soldati uccidere i genitori e i fratelli, ricoprire tutto di paglia e appiccare il fuoco.

Trascinarono gli abitanti fuori dalle case, donne e bambini che si erano rifugiati nell’entroterra per evitare i bombardamenti. Il massacro a cui partecipò lo zio di Schendel è strettamente intrecciato alla vita di Pieri, che alla fine della guerra dopo essersi sposato si trasferì in Svizzera per cambiare vita. Ma il passato continuava a perseguitarlo e così nel 1992 tornò a Pietrasanta, un paese non lontano da Sant’Anna, per coltivare di nuovo patate e carote nel paese dov’era nato e per guidare comitive scolastiche nei luoghi del massacro. Cosa succederà quando mostrerà Sant’Anna ad Andreas Schendel? Schendel siede a un tavolino del bar, tra il bancone e le slot machine. È convinto che Sant’Anna abbia influito anche sulla sua vita. “Già da ragazzo avevo in testa queste immagini di donne e bambini morti nel bosco”, dice con un filo di voce. “E la colpa era mia”. Si gira la tazzina di cafè tra le mani e mormora: “Immaginavo la prima pagina di un giornale locale con il titolo: ‘Bambino di otto anni uccide delle persone e le sotterra nel bosco’”. Quando finisce di parlare osserva il barista che versa un Campari nel vino bianco di un cliente. “Da piccolo tutto quello che facevo aveva a che fare con la guerra”, racconta Schendel. “Con i miei compagni cercavo le munizioni seppellite nel bosco e facevamo saltare in aria tutte le cartucce e le spolette che trovavamo. Sparavo agli alberi con una vecchia pistola da ufficiale che apparteneva a mio zio. Costruivo armi e manganelli in garage. E i miei genitori non dicevano mai niente”. I suoi genitori hanno taciuto anche dopo che la tv aveva mostrato i cartelli con la scritta “Assassino”. E non hanno parlato neanche quando Andreas ha dato al padre un dossier di settanta pagine sul massacro.

“Quando ero piccolo, nel suo silenzio mio padre mi sembrava veramente inquietante”, dice Schendel fissando il fondo della sua tazzina. “Solo ora ho capito che in quel modo voleva proteggermi. Ma io avevo bisogno di un interlocutore per uscire dal silenzio”, conclude. Così Schendel si è messo a scrivere per tirare fuori le parole. Ha scritto una lettera, ma poi l’ha buttata. Ci ha riprovato, ma l’ha appallottolata di nuovo. “Era troppo patetica”, dice alzando le spalle. “Non sapevo neanche se il destinatario avrebbe voluto leggerla”. Così ha deciso di scriverne una versione breve e l’ha spedita a Enrico Pieri: Dresda, il 24 febbraio 2014. Sono il primo della mia famiglia a confrontarsi con Sant’Anna, e sono senz’altro l’unico che si rende conto di quanto quel delitto abbia inluenzato e danneggiato anche la nostra famiglia. Mi piacerebbe che lei sapesse che nella famiglia Schendel qualcuno è molto dispiaciuto per quello che è successo. Quanto accaduto ha prodotto qui una famiglia di persone sole e tormentate.

Voglio credere questo: nel fatto che i responsabili e le loro famiglie abbiano potuto vivere solo in una terribile menzogna (dopo il funerale mio padre ha parlato con i parenti di Heinrich e tutti negano l’accaduto), nel fatto stesso che i responsabili non abbiano avuto una bella vita, c’è in fondo una sorta di giustizia. Mentre leggo, Schendel intanto tamburella con le dita sul tavolino del bar. “La risposta è arrivata quattro giorni dopo”, ricorda. Ha posato la busta sulla sua scrivania. “Ci ho girato attorno per una settimana prima di aprirla”. Una vicina tedesca aveva scritto la lettera per conto di Pieri. Il messaggio era: Pieri dice che magari potrebbe venire a Sant’Anna per l’anniversario. “Ma in quel momento ero ancora in preda a una grande confusione fatta di sensi di colpa, incredulità e rabbia”, dice Schendel muovendo la testa di scatto. “E poi sapevo ancora troppo poco su mio zio e su tutta la storia della nostra famiglia”. Così Schendel ha deciso di non rispondere alla lettera. Poi la giornalista italiana Ilaria Lonigro, a cui Pieri aveva mostrato la lettera, l’ha invitato a Torre del Lago. Schendel nel frattempo aveva capito che per una famiglia sbarazzarsi di un crimine di guerra non è facile. La macchia viene ereditata dalla generazione successiva, proprio come i geni che determinano il colore degli occhi o la forma del naso. E poi bisogna conviverci. Schendel si alza in piedi. “Devo farlo”, dice riferendosi alla visita del giorno dopo a Sant’Anna e all’incontro con Pieri. Fra tre giorni incontrerà pubblicamente al teatro Puccini di Torre del Lago anche i fratelli Pardini, Ennio Mancini e altri superstiti del massacro. Alla ine ha parlato perino con suo padre, con una zia e con l’ultimo iglio di Heinrich. Ha raccolto foto e registrazioni. “Oggi ho raggiunto una sana distanza”, dice guardandomi dritto negli occhi. Lacrime agli occhi Il giorno dopo questa distanza va in frantumi. Il sole di mezzogiorno batte sui limoni e sui mandorli davanti alla terrazza di Pieri, che aspetta all’ombra delle veneziane. Schendel lo riconosce subito. Pieri gli va incontro, apre il cancello del giardino e gli tende la mano. Schendel la stringe.

Pieri gli aferra i polsi con l’altra mano e lancia una breve occhiata al suo volto tenendo le labbra strette. “Hmmm”, mormora, tirando il tedesco verso di sé e mettendogli il braccio attorno alle spalle prima di farsi da parte. Ha le lacrime agli occhi. Il salotto di Pieri è fresco e in penombra: solo la porta che dà sulla terrazza è aperta, mentre le imposte delle finestre sono rimaste chiuse. Quando Schendel si siede sul divano di vimini, accanto alla sua ragazza, si sente un cigolio. Appoggia le mani in grembo e guarda in ogni direzione: verso le piccole brocche di porcellana sullo scafale, verso i limoni e verso le tende di tulle bianco. Pieri appoggia una bottiglia d’acqua sul tavolino di vetro. Poi si siede di fronte a Schendel, sul bordo della poltrona di vimini, e si aggrappa ai braccioli. “È la prima volta che venite in Italia?”, domanda stringendo gli occhi. Prima che la risposta di Schendel e della sua ragazza venga tradotta, non riesce a trattenersi e domanda: “Perché siete venuti?”. Schendel cambia continuamente posizione, muovendo la testa a scatti. “Sei stato tu a invitarci”, balbetta. “Purtroppo però mio padre non è potuto venire”. “Sono molto preoccupato per l’Europa”, dice Pieri, e ora dà l’impressione di aver preparato il discorso: “I nazionalisti avanzano di nuovo in Ungheria e in Italia. Come allora”. Fa un respiro profondo e prosegue. “Negli anni settanta ho perdonato il popolo tedesco. Per l’Europa! Ma oggi a volte mi vergogno di essere europeo se penso a quel che sta succedendo ai rifugiati alle nostre frontiere”. Schendel ha lo sguardo perso nel vuoto. Sembra che la sua mente si trovi in tutt’altro posto. Poi si riprende. “Ma non è tutto così negativo”, dice, e la sua voce ha un timbro troppo alto per il suo corpo massiccio: “La mia ragazza lavora con i rifugiati”. “Serve la volontà politica”, dice Pieri, e sembra che voglia nascondersi da Schendel dietro questa sua visione. “Servono gli Stati Uniti d’Europa”. Poi spinge gli ospiti fuori. Il dialogo che i due aspettavano da tanto tempo non c’è stato. Quando vede che Pieri si sta dirigendo verso l’Ape, Schendel ci riprova. Lo segue, posa una mano sulla carrozzeria. Poi sorride e chiede: “Posso venire con te?”.

Pieri gli fa posto. Guarda a terra e aggrotta la fronte. “Se ti fa piacere”, dice a bassa voce. Schendel ha aperto il finestrino e alla partenza si tiene stretto al tettuccio del veicolo. Pieri aferra il manubrio con le due mani. La visita comincia nella piazza della chiesa, come sempre. Le frasi di Pieri sembrano studiate. “Qui i soldati radunarono centocinquanta persone”, dice. “Poi staccarono i banchi dal pavimento della chiesa, ci buttarono dentro i cadaveri e incendiarono tutto”. Eleonora stringe la mano di Schendel, che tiene l’altra sul cuore, il cappello piegato sotto il braccio. Poi la coppia segue Pieri nella chiesa. L’odore dolciastro dei gigli inonda l’interno dell’ediicio, che non è molto più grande di una cappella. I gigli sono in due vasi davanti all’altare, tra orchidee di plastica, ficus e un fascio di fiori di campo. Più ci si avvicina all’altare, più diventa difficile respirare. Pieri sale sulla pedana e fa voltare i due alla destra dell’altare fino a una targa di due metri per quattro da cui li fissano i bambini uccisi a Sant’Anna: bambini dai visi rotondi, ragazzini in giacca e cravatta. Le rose sotto la targa sono appassite. “Oddio, oddio, i bambini”, dice Schendel con gli occhi che passano da una foto all’altra e la mano che stringe quella della sua ragazza. Lei gli resta accanto immobile. Pieri fa qualche passo indietro e li lascia soli. Dopo la visita alla chiesa Pieri porta i due ospiti tedeschi in cima all’altopiano, dove tira un vento gelido.

È l’ultima tappa del viaggio a Sant’Anna. Schendel dà l’impressione di guardare oltre le bandiere della Toscana, dell’Italia e dell’Europa agitate dal vento. Sembra che il suo sguardo si diriga ancora oltre la torre di pietra che si staglia contro lo sfondo delle Alpi Apuane. La torre ospita un ossario, dove ci sono i resti dei morti di Sant’Anna. Pieri punta dritto verso la torre, ma poi all’improvviso si gira e guarda Schendel: è rimasto indietro vicino al muretto, tiene le spalle strette e si massaggia le braccia. Fa freddo, e sta guardando il mare più giù. Pieri lo issa con sguardo serio. Schendel resta lì per un bel po’, con gli occhi persi chissà dove. Poi si dirige verso l’ossario passando accanto a Pieri. Il suo volto sembra tagliato con l’accetta. Poi Schendel comincia a barcollare, si appoggia a un muretto per poi sparire dietro la torre. Pieri si gira e lo guarda con grandi occhi tristi, si gratta la fronte e alza la testa verso le nuvole strizzando gli occhi. Il giorno dopo una dolce brezza gioca con le foglie degli albicocchi e delle viti nel giardino di Pieri. Viene qui a zappare tutti i pomeriggi, dopo aver pranzato con la moglie e dopo averla accompagnata in spiaggia. Oggi sembra stanco. Si lascia cadere su una sedia accanto al banco da lavoro e si asciuga la fronte con uno straccio. “È difficile dirgli quel che voglio dirgli”, spiega, poi fa un cenno di rifiuto. “Con lui ho parlato già abbastanza”. Pieri si schiarisce la gola. “Abbiamo buoni rapporti con i tedeschi: con i Westermann, che hanno donato un organo nuovo alla chiesa del paese, e con alcune persone di Stoccarda. Ma con lui”, prosegue, “bisogna evitare di pensare che è il nipote di uno di quegli ufficiali delle Ss”. Il giorno successivo Pieri e Schendel s’incontrano di nuovo perché circa un centinaio di persone, quasi tutte giovani, sono venute al Gran teatro Puccini, a Torre del Lago, per ascoltare il nipote del soldato delle Ss. Schendel ha delle profonde borse sotto gli occhi. È seduto sul palco accanto a nove persone: signore agghindate e signori in camicia. Oggi perino Pieri indossa una polo. Tra Schendel e gli altri, i sopravvissuti al massacro, c’è un tavolo. “Mi sento onorato di poter essere qui oggi”, dice Schendel. Poi fa una pausa e dice: “Però non potremo mai essere davvero amici”. Un uomo sulla quarantina, seduto in prima fila, scuote la testa, poi si alza e punta il dito contro Schendel: “Tu non hai nessuna colpa”, dice. “E siamo stati noi a invitarti. Se questa non è amicizia!”. Di colpo nella platea tutti cominciano a parlare. Pieri, il suo amico Ennio e i fratelli Pardini fissano il pubblico. Schendel fa: “Pssst” e alza la mano. “Quando ho conosciuto Enrico Pieri ho avuto la sensazione che lui fosse quello autentico e che io rappresentassi qualcos’altro”, dice a bassa voce. “Ma chiedere l’amicizia sarebbe veramente troppo”. Pieri guarda a terra, si stropiccia le mani. Ha aspettato per tanti anni che qualcuno arrivasse a Sant’Anna e mostrasse rimorso, un segno finalmente. Ma adesso non sa come comportarsi. Poi, finito l’incontro, stringe la mano a Schendel e lo saluta prima di andare via.

 Internazionale,9 ottobre 2015