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Piero Gobetti  1901-1926
L’eterno coetaneo, forever young

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Quella mattina di febbraio del 1926 il professor Umberto Cosmo era entrato in aula, al liceo D’Azeglio di Torino, con l’aria grave e un giornale in mano. C’era scritto che a Parigi era morto Piero Gobetti, il più brillante dei suoi allievi di pochi anniprima al Gioberti. Aveva lasciato una Torino innevata il 6 di quello stesso mese, in fuga dalle vessazioni fasciste, per poter continuare a scrivere. L’11 si era ammalato di una brutta bronchite, che si abbatteva su un fisico provato dalle violenze squadriste e aggravava i suoi problemi cardiaci, il 13 era stato ricoverato in clinica, il 15, verso mezzanotte, si era spento. Aveva 25 anni.

«Un’impressione che non mi si è più cancellata dalla memoria», ricorderà Norberto Bobbio. Come non si sarebbe cancellata dalla memoria dei suoi compagni della seconda A, tra gli altri Leone Gizburg e Giorgio Agosti (mentre nella sezione B c’erano Cesare Pavese, Massimo Mila, Vittorio Foa, Giancarlo Pajetta, Leonardo Pestelli…). Nessuno di loro aveva mai sentito nominare Gobetti, eppure la notizia della sua morte era stata per tutti come una scossa, la scintilla di una presa di coscienza civile e politica. Che cos’aveva la figura di quel«prodigioso giovinetto» (ancora Bobbio) persegnare così a fondo, e in modo duraturo, una delle generazioni più straordinarie del ’900? Quel giovinetto che avrebbe insegnato ai grandi?

L’eredità culturale e morale, certamente,l’idea che una rivoluzione, per essere davvero tale, deve innanzitutto essere una rivoluzione morale. L’etica calvinista del lavoro, la lezione di rigore, di serietà subalpina. Ma prima ancora, a livello più epidermico, l’immagine stessa che oggi si potrebbe definire «pop» -con «i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossiche gli ombreggiavano la fronte», comel’avrebbe tratteggiato Carlo Levi -, lo spirito inquieto, la modernità (moderno allora come oggi), la spasmodica apertura verso il nuovo. E il fascino dell’eroe che muore giovane.

Una vita breve ma intensa, molte vite inuna. Figlio di modesti droghieri, a 17 anni siiscrive all’università e fonda la sua primarivista, Energie Nove (che ospita interventi di Croce, Gentile, Einaudi, Mondolfo, De Ruggiero), a 20 presta il servizio militare, a 21 appena compiuti si laurea in Giurisprudenza. Subito dopo fonda La Rivoluzione Liberale,che si propone di formare «una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato». Quindi sposa Ada, la fidanzatina del liceo, e fonda la sua casa editrice, che ha nel logo il motto, in greco, «Che ho a che fare io con gli schiavi?» e pubblicherà in tre anni 84 titoli, tra i quali la prima edizione di Ossi di seppia di Montale.Intanto traduce dal francese, dal russo, studia Dante e Leopardi, scrive saggi sulla filosofia gentiliana, si entusiasma per l’occupazione delle fabbriche, polemizza e si rappacifica con Gramsci, fino a collaborare come critico teatrale al suo Ordine Nuovo. Viaggia in Belgio, a Londra, a Parigi, si trasferisce da viaXX Settembre 60 a via Fabro 6, dove oggi ha sede il Centro a lui dedicato, e a 23 anni fondala sua terza rivista, Il Baretti, volto alla critica letteraria e artistica. Subisce perquisizioni,sequestri, percosse, arresti, non si ferma. Alla fine del ’25 nasce il figlio Paolo, che potrà vedere per poco più di un mese.

Una vita di corsa, a ritmi accelerati, quasi presagisse che il tempo gli scarseggiava. Magmaticamente attraversata da slanci (la«scoperta» della classe operaia, l’ammirazione per Lenin e Trockij),contraddittoriamente tesa tra liberalismo e marxismo, autorappresentata «aridità» razionalistica e fervori ideali, pulsioni futuriste e giovanile titanismo. Gobetti forever young, eterno coetaneo. Piacerebbe anche a iragazzi di oggi.

La Stampa 11 febbraio 2016