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Una domanda alla sinistra

di Guido Crainz

La mobilitazione contro chi si opponeva ai valori antifascisti è stata il tratto fondativo della nostra Repubblica È ancora così?

Da sempre il 25 aprile è il segnale di un clima: “racconta” il modificarsi di un Paese, il suo vivere il proprio passato e il suo immaginare il futuro. Ed è uno sfregio il primo segnale venuto quest’anno, il rifiuto della giunta di centrodestra di Todi di dare il proprio patrocinio alle celebrazioni dell’Anpi: l’antifascismo sarebbe “di parte”, per una giunta che ha il sostegno di CasaPound. Non è affatto un segnale minore, mentre sul proscenio si susseguono incauti osanna alla “Terza Repubblica”.


 

E ancora una volta il 25 aprile chiama in causa tutte le parti in campo: “rivela” la cultura — o l’incultura — dei vincitori, ma anche la capacità di risposta — e la cultura — di chi non si rassegna, di chi non è disposto a cedere il campo quando sono in discussione i valori fondativi della comunità nazionale. Interroga dunque i nuovi “vincitori”, il 25 aprile di quest’anno, e da essi esige risposte: anche da chi le ha sempre eluse. E interroga al tempo stesso la sinistra, la costringe a riflettere su se stessa. O meglio: su quella “dissipazione di sé” che sembra prevalere. E l’urgenza di una riflessione non episodica è rafforzata e accentuata da molti altri, allarmanti segnali venuti nei mesi scorsi. Una riflessione che coinvolga l’educazione quotidiana alla democrazia (la quotidiana “pedagogia della Costituzione”) e la mobilitazione politica e civile: così come è sempre stato nella nostra storia, lontana o recente.

Può essere utile ricordare il clima di vent’anni fa o poco più, quando venne proclamato l’avvento di una seducente “Seconda Repubblica”. In quel 1994 andava al governo, sotto il segno di Berlusconi, una coalizione che comprendeva per la prima volta anche il Movimento sociale di Gianfranco Fini (un Movimento non ancora depurato a Fiuggi dalle sue radici neofasciste), assieme a una Lega che alimentava umori secessionisti. E se Fini proclamava allora Mussolini «il più grande statista del secolo», trovando la “comprensione” di Berlusconi, gli faceva eco la allora presidente della Camera, Irene Pivetti: «Le cose migliori per le donne e la famiglia le ha fatte Mussolini», disse (era leghista, Pivetti, ma non disse cose molto diverse cinque anni fa la capogruppo grillina a Montecitorio, Roberta Lombardi).

A completare il quadro venne allora un programma televisivo sulla caduta del fascismo, Combat film, che proponeva un messaggio di sostanziale equiparazione fra le due parti in conflitto. Fascismo e Resistenza pari sono per la Rai, commentava Mario Pirani su questo giornale, mentre Barbara Spinelli osservava: in pochi giorni è avvenuto qualcosa di importante in Italia, «c’è clima di banalizzazione del Ventennio, di libertinismo verbale, licenza assoluta di dire. Morta la “Prima Repubblica” tutto diventa possibile, tutto diventa permesso». Un giudizio scritto allora, ma che rischia di ritornare drammaticamente attuale.

In quel 1994 la risposta fu chiara e netta: una sinistra disorientata e sconfitta seppe ritrovare se stessa e le proprie ragioni (anche se il primo stimolo non venne dai partiti o dai sindacati, ma da un piccolo quotidiano, il manifesto). La mobilitazione fu realmente ampia e confluì nella grande manifestazione nazionale del 25 aprile di quell’anno, a Milano: “un’altra Italia” non era scomparsa e a partire da essa era possibile ricostruire nella coscienza di tutti le ragioni della democrazia. E questo avvenne, in una “Seconda Repubblica” per altri versi infausta: si avviò da quel 1994 il percorso che portò una destra sin lì neofascista a rinnegare le proprie radici (un merito di Gianfranco Fini che non può essere dimenticato). E il 25 aprile si impose anche a chi, come Silvio Berlusconi, si era sempre sentito estraneo a esso: ci vollero 15 anni, ma il 25 aprile del 2009, nella Onna colpita dal terremoto, come capo del governo pronunciò un discorso esemplare. In contrasto esplicito con quel che aveva sostenuto sin lì (e non da solo).

Anche allora il 25 aprile era stato più forte, e naturalmente non vanno dimenticate neppure altre e più lontane fasi della nostra storia repubblicana, quando le discriminazioni nei confronti delle associazioni partigiane e delle sinistre erano quotidiane. Avveniva metodicamente negli anni Cinquanta, nel clima della “guerra fredda”, con punte talora estreme: nei confronti degli antifascisti, ad esempio, continuarono a funzionare a lungo quei controlli di polizia e quelle “schedature” del Casellario politico centrale che il fascismo aveva ampliato a dismisura. Tempi lontani, appunto, travolti allora da mobilitazioni popolari che videro attivamente presenti i giovani (le “magliette a strisce” del luglio 1960): travolti, più in generale, da una modernizzazione del Paese che si coniugava all’ampliamento della democrazia e alla progressiva attuazione dei valori e dei principi sanciti dalla Costituzione. Modernizzazione e ampliamento della democrazia, progredire del Paese e rinsaldarsi dei valori dell’antifascismo, in una mobilitazione culturale, politica e civile contro chi si opponeva a essi in modo esplicito o contro chi ne appannava la rilevanza decisiva (tratto comune a non pochi “vincitori” del 4 marzo): questo è stato il tratto fondativo della nostra storia repubblicana, e sempre il Paese ha saputo rispondere.

È ancora così? Questa è la vera domanda che il 25 aprile di quest’anno pone alla sinistra nel suo insieme, nel momento in cui il suo ruolo decisivo — se non la sua stessa esistenza — sembra messo in discussione. Ed è una domanda sul futuro del Paese: riguarda ciascuno di noi.

La Repubblica 23 aprile 2018