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L'8 febbraio di 220 anni fa ad Altamura si innalzava l'albero della libertà: si apriva l'esperienza rivoluzionaria del 1799 che interessò molti centri del regno di Napoli

a cura di Giuseppe Dambrosio

 

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L'albero della libertà è stato il simbolo della Rivoluzione Napoletana del 1799. Importato ed imposto dalle armate francesi è innalzato in tutto il regno di Napoli. Ad Altamura, ostinata città democratica,  fu accolto con entusiasmo e convinzione. Di seguito un estratto significativo di ciò che accadde 220 anni nella città murigiana tratto da "Notizie raccolte da Michele Rotunno contadino di anni 90, da Antonio Seminaro calzolaio di 84 anni, da Francesco Armiento contadino di anni 86, da Sig. Francesco Giannuzzi ed altri seniori Altamurani su le vicende del 1799 ".

“Per le istoriche vicissitudini politiche della Repubblica Francese, e delle crescenti cospirazioni Napolitane verso la fine del Gennaio 1799 si proclamò a Napoli la Repubblica Partenopea. Alla testa del quale Governo ascesero gli uomini di conosciuta fede politica, liberi e civili che fin dal 1793 cospiravano contro la tirannide. Nel 25 gennaio essendosi, da questo Governo costituito, comunicati gli Editti delle Province per proclamare e riconoscere l’anzidetta Repubblica, ed essendo Altamura nelle Puglie una delle prime Città che vaghegiasse tal reggimento e come nel 6 Febbraio di quell’anno medesimo giunse ai patriotti di questa città siffatta nuova, così nella notte furono fatti dei preparativi per solennizzare la mattina del giorno seguente il nuovo Governo a seconda del provvedimento di Stato giunto da Napoli. E poiché sin dal 1648 in Altamura nella Grave Ruggieri si erano piantati degli olmi per aversi degli alberi adatti a siffatto uso così in detta notte il proprietario Michele Baldassarre con altri veri liberali procedettero allo svellimento di uno di essi con tutte le radici che trapiantarono nella piazza in vicinanza del pozzo esistente innanzi la porta piccola della Chiesa. In cima di detto olmo vi era una coppola frigia simbolo della Libertà, più in basso la lancia, e la scure per indicare che la Repubblica avea a sgabello la forza, e più sotto un cerchio, dal quale pendevano nastri gialli, rossi e neri, per indicare uguaglianza fra tutti, dritti, e doveri. All’alba del giorno 7 fu dai mastici annunziato il nuovo Governo, e gli studenti che frequentavano le nostre scuole e tutti i ceti della cittadinanza accorsero sul luogo per assistere e solennizzare tal redenzione.

Nella piazza fu immensa e indescrivibile la popolazione accorsa per assistere all’anzidetta cerimonia: lagrime di tenerezza e di contento cadevano dagli occhi di tutti: i sacerdoti Canio Ceglia, Domenico Ignazio Serena e Luca De Samuele Cagnazzi spiegavano con analoghi discorsi al popolo il nuovo Regime ed i doveri dei Cittadini, e dopo siffatte dotte allocuzioni tutto il clero, ed in particolare i Canonici Giuseppe Ventura, Sergio Plantamura, Orazio de Bernardis, Nicola Popolizio, Felice Viti, Mario Tirelli, Pasquale De Mari, Michele Tubito, Michele Chierico, Giuseppe Colonna, Vito Salvatore, Giuseppe Patella Reggente dei Padri Conventuali, Padre Daniele da Matera, ed altri molti Ecclesiastici benedissero l’albero, e cantarono l’inno Ambrosiano. In tutta questa cerimonia era ammirevole la tenerezza dei fratelli Michele e Giuseppe Canonico Baldassarre che si abbracciavano l’albero e non volevano da quello dividersi. Il popolo poi in catena danzava all’intorno del detto albero, cantando i seguenti versi che tutto dì si ripetono:

                                                                          Già si è piantato l'albero

                                                                          Si abbassano i tiranni

                                                                           E dai supremi scanni

                                                                             Scende la nobiltà

                                                                                 I titoli fra noi

                                                                            Più non saranno tali

                                                                             Saremo tutti uguali

                                                                                 Viva la libertà

Immantinenti cessò l’amministrazione del Sindaco che era Manfredi e degli Eletti ed a voto popolare pel governo della Città fu creata una Commissione detta della Municipalità, composta di un Presidente, e dodici membri eletti da tutti i ceti. Il Primo Presidente fu D. Pasquale Viti che obbligato a recarsi in Napoli per faccende della Repubblica, fu surrogato dal Reggente Giuseppe Patella. I dodici membri o Commissarii furono Attanasio Calderini Lombardo, canonico Canio Ceglia, Sacerdote Paolo Nuzzolese, D. Pasquale Cursolo Cifarelli prop., Sig. Giuseppe Manfredi, Sig Massimo Simone, Sig. Mario Giannuzzi, Canonici D. Domenico Ignazio Serena, D. Giuseppe Ventura, Mastro Nicola Simone barbiere, e zappatori Filippo Piccinino, ed Antonio Squicciarini alias coppola innanzi. Formato il Governo fuvvi altro discorso dimostrando che per renderci degni dei nostri avi dovevano essere uniti, forti, e pieni di abnegazione, senza di che non potevasi difendere la patria e la tanto sospirata Libertà. Segretario della detta Municipalità fu eletto il sempre ricordevole Luca De Samuele Cagnazzi...".