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Amore e odio, il legame tra Fiore e la Russia

Contro comunismo e nazionalismo salvò l’anima dei contadini che ricordavano i suoi formiconi
di Fulvio Colucci

Fiore a Molfetta min

Tommaso Fiore

Della Russia «dovete rassegnarvi a non capir nulla di ciò che vorreste capire», Tommaso Fiore arrivò qualche anno dopo Winston Churchill a definire enigmatico il grande paese che rende insonni le notti occidentali, illuminate dai bagliori della guerra in Ucraina.

Due anni fa - nel 2020 - la casa editrice Stilo, coadiuvata dal Consiglio regionale della Puglia, pubblicò una raccolta di articoli firmati da Fiore e dedicati alla cultura russa (il testo è Scritti sulla cultura russa, pp. 208, euro 16). Alcuni apparvero sulla «Gazzetta del Mezzogiorno», quotidiano con il quale - si ricorda - Fiore ebbe «un rapporto fecondo».

Nelle intenzioni del curatore Marco Caratozzolo, docente universitario a Bari, non vi è solo l'obiettivo di offrire ai lettori la traccia del cammino percorso dall’intellettuale di Altamura nell'arco di 50 anni. Gli scritti di Fiore - scelti tra i più importanti - abbracciano un periodo ampio e di profonde trasformazioni per la Russia: dall'impero zarista all'Unione Sovietica, attraverso la Rivoluzione d'ottobre fino all'avvento di Kruschev e l'avvio della destalinizzazione. Il primo articolo risale al 1910 «Lo sviluppo del pensiero di Leone Tolstoj», l'ultimo, apparso su «Il Paese» il 15 aprile 1960, perlustra l'ottimismo di Cechov rileggendo La steppa, racconto che l'intellettuale di Altamura riteneva in grado di illuminare il carattere russo ai nostri occhi, così come Taras Bulba di Gogol accendeva «di magico splendore le notti dell'Ucraina››. Le notti diventate oggi insonni tra missili ipersonici, fosse comuni e acciaierie-bunker.

Caratozzolo evidenzia come la lettura di Fiore offra una chiave interpretativa utile ad aprire le porte dell'enigma. Per cui, nel rassegnarci «a non capire nulla», c’è tuttavia qualcuno che indica una strada: «La ricerca - scrive Caratozzolo nell'introduzione - del senso ultimo delle cose e delle contraddizioni presenti nell'anima russa». Contrasti evidenziati attraverso «il principio dell’accostamento di grandi opposizioni tematiche - scrive ancora il docente universitario - e la definizione delle frizioni derivanti da tale accostamento». A buon diritto possiamo dire che l'elemento fondante del Fiore «russo» coincide con l'elemento fondante del Fiore meridionalista. Prima lo scontro tra gli elementi culturali che più marcano le differenze, fino all'aspra contraddizione; poi la ricerca di affinità, la mediazione, la sintesi, la coesistenza e il reciproco scambio. La conflittualità in Fiore è tutt'altro che polemica «fine a sé stessa»; appare semmai il sentiero, certamente stretto ma obbligato e produttivo, grazie al quale passa la conoscenza e la comprensione dei fenomeni. Un metodo che l’intellettuale di Altamura sperimentò con profitto nelle sue Lettere dalla Puglia scritte per «La Rivoluzione Liberale» di Piero Gobetti, subito dopo la fine del primo conflitto mondiale.

Come non sovrapporre gli sguardi dei suoi «formiconi», dei braccianti della murgia, a quelli dei contadini russi appena affrancati dalla servitù della gleba? Come non scorgere l'uguale fatica che impastava sguardi dolenti, barbe arruffatissime, vesti consunte? Le parole più rade e pazienti dei contadini della Murgia o quelle colleriche: il «vecchio sdentato e arcigno» che rifiuta la terra concessa dal principe Nechljudov in Resurrezione di Tolstoj. Una lettura comparata di Fiore e Tolstoj meriterebbe un saggio. E basta ricordare altri passaggi di Resurrezione o di Guerra e Pace per comprendere la profonda influenza del grande scrittore russo sull'intellettuale di Altamura. O, al contrario, tornare su qualche riflessione autobiografica affidata alla rivista «Belfagor» per trovare un minimo comune denominatore che fa della letteratura (dello sguardo letterario sulla realtà del mondo contadino) una questione sociale: «Ma a Gobetti soprattutto io debbo - scrive Fiore - di aver scosso, in sul ‘25, la pigrizia tradizionale ai letterati, per mettermi in giro osservare le facce dolenti del mio paese. Fu così che mi spinsi nella pianura desolata di S. Severo, dove i contadini, per non far vedere che non hanno da mangiare, mettono dei ciottoli, nel fazzoletto, al posto del pane, allorché si recano in campagna».

L'attrazione di Fiore nei confronti della Russia è, nelle diversità, nelle contraddizioni addirittura e, insieme, nella ricerca spasmodica e trasognata di punti di contatto, di affinità, di assonanze. È la lezione di Pascoli, ricorda Caratozzolo, «di riprodurre versi e ritmi di altri popoli» (sono parole di Fiore) quasi come un’ossessione. Un'ossessione fatta di visioni vicine: gli sterminati uliveti «con la povera gente lì sotto, curva sul lavoro» e gli infiniti spazi (conditi di sovrumani silenzi) delle pianure che si stendono tra l'Ucraina di Gogol e la Russia di Tolstoj, con i contadini anch'essi piegati su una terra nera, feconda e santa.

Sia chiaro un punto: Fiore non subì la fascinazione del regime sovietico. Le prove abbondano, bastano solo due esempi pescati leggendo i suoi articoli. ll primo risale alla recensione critica del poema di Vladimir Majakovskij dedicato a Lenin: l’intellettuale pugliese contrappone all'esaltato omaggio rivoluzionario «la presenza della Ceka (la temibile polizia politica sovietica, ndr) e il pianto di milioni di uomini» come tragico promemoria. Poi l'articolo sul conformismo che prende spunto dalla recensione de Il disgelo, di ll'ja Grigor'evic renburg definito da Fiore «ultimo figlio di Voltaire». Nel testo, lo scrittore di Altamura oppone la svolta del XX Congresso del Pcus, la relazione segreta di Kruscev sui crimini di Stalin, il processo di destalinizzazione iniziato un anno prima, nel 1956, «lo spirito nuovo, la critica, la vittoria della libertà» alle peggiori stimmate dell'Urss: «Burocrazia, conformismo, egoismo, formalismo, nella vita come nell'arte, quindi arrivismo, ipocrisia e morte dello spirito»; i segni distintivi del regime comunista (e di ogni regime). Oggi possiamo dire che quella «infezione» conformista non si sia propagata alle democrazie occidentali?

Attenzione, quindi, a sintetizzare esclusivamente nella santa immagine del vescovo Nicola i legami tra la Puglia e l'Oriente. Il filo è molto, molto più robusto e non consente improvvise rescissioni. Nessun pensiero unico potrà cancellare secoli di scambi, tradizioni condivise e anche influenze letterarie. Pensando al rapporto tra Tommaso Fiore e la Russia si riscopre una esigenza razionalmente critica che l'occidente sembra aver messo da parte. In un articolo del 1948, riportato negli Scritti sulla cultura russa (1910-1960), Tommaso Fiore ricorda come André Gide «attratto dagli elementi caotici e torbidi›› dei romanzi di Dostoevskij, arrivava a considerare l’autore di Delitto e castigo «forse l'artista che più acutamente ha intuito questo carattere infinitamente problematico dell'uomo e del suo destino nel mondo». Fiore ritiene che «ogni critico» deve abbracciare e respingere Dostoevskij perché «l'artista è sommo» nel rappresentare i conflitti dell’anima, ma vanno respinti «il suo nazionalismo russofilo, anzi slavofilo reazionario, il suo scetticismo nei riguardi dell'intelletto e della ragione, dannate come forze demoniache». Contestare sì, ma non ripudiare, per non offendere quella ragione che Dostoevskij attaccava.

Dagli scritti russi di Fiore emerge una lezione di democrazia letteraria: alla cultura spetta l'inclusione critica. Indispensabile per capire il passato. E ancor più il presente.

La Gazzetta del Mezzogiorno 12 maggio 2022