Essere "Politici" non è una posa

di Paolo di Paolo

Piero Gobetti

Un personaggio che non c'è più da un secolo - un intero secolo, febbraio 1926-febbraio 2026 - può apparire remoto come un'altra galassia. Nella storia dell'Universo, un secolo è una minima frazione di secondo; nella storia di questo pianeta tanto più nell'epoca vorticosa, accelerata  in cui viviamo -cento anni sono un'enormità. Che cosa può dirci qualcuno che è vissuto al tempo delle lettere e del tram a cavalli? Come  può parlarci un essere umano che non poteva immaginare l'esistenza di certi luoghi, non poteva nemmeno sognarli? E che credeva con appassionata devozione al potere di oggetti leggeri, fatti di carta e inchiostro? Nei giornali, nelle riviste. Ancora prima che nei libri, forse. Nella  possibilità del passaparola, di un contagio emotivo e intellettuale insieme che passa per la distribuzione porta di fogli scritti fittamente. Raggiungere duecento, trecento persone, mille se va bene, è un trionfo. Che cosa può dirci qualcuno che leggeva Benedetto Croce e  dialogava con Gaetano Salvemini, che discuteva con Antonio Gramsci e intervistava Eleonora Duse? Che cosa può dirci a un secolo dalla morte l'impressionante - anche solo per mole - produzione giornalistica e saggistica di Piero Gobetti, tutta stretta fra il 1918 e l'inizio del 1926: otto anni spesi con una intensità, per un tempo esistenziale tanto breve e precoce, che forse non ha eguali nel Novecento italiano.

Un lascito importante.                                                                                                                                                                                                                                               Fondatore di riviste, teorizzatore e organizzatore politico, critico letterario teatrale, studioso d'arte, Gobetti diventa ben presto anche editore. Il motto delle sue edizioni è una frase in greco: «Che ho a che fare io congli schiavi?». Pubblica circa cento libri, coinvolgendo alcune fra le voci più interessanti della cultura italiana fra le due guerre, da Malaparte a Montale, di cui pubblica nel 1925 la prima edizione di Ossi di seppia . A guardare bene, in qualunque epoca, da quella che chiamiamo classica all'altro ieri, c'è magari nell'ombra qualcuno che lavora furiosamente con le parole. Che credere, nelle parole. Che consigliamo un dialogo con chi lo ha fatto prima di lui. E, apparentemente imbozzolato in questa dimensione speculativa, di semi-immobilità - sta nei fatti spingendo in avanti la visione di un'intera società.
Non è possibile riconoscerlo in tempo reale; spesso ci si avvede in ritardo: quando, cioè, è tardi. In molti casi, quando il mondo sembra apertamente contraddire, perfino con radicalità e violenza quella prospettiva.
Non è confortante, è terribile sapere che Piero Gobetti-agitatore di idee, attivista politico, diremmo oggi sia morto neanche venticinquenne, condannato a un auto-esilio francese, vessato da un fascismo che si consolidava e mostrava già il suo volto tregua E tuttavia
è imponente il lascito: perché dimostra che si può pensare con la propria testa anche quando sembra impedito, che si può continuare a lavorare - parole di Gobetti - "Come se: come se si fosse «in un mondo civile», che si può difendere quella civiltà nel profondo delle tenebre di un nuovo medioevo. Nella regressione dei diritti, nell'offesa e nell'umiliazione della dignità dei pensieri e dei corpi.

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Fino alla fine
Gobetti ha continuato a lavorare, ovvero a credere nelle parole, fino alla fine. Quando, indebolito e prossimo a spegnersi in una gelida ed estranea Parigi si trova chiuso in una stanza prende carta e penna e investe le poche energie di cui dispone nel pensare a una rete universitaria internazionale di studenti non arresi, non rassegnati al tramonto della politica, alle autocrazie, alle tirannidi. Immagina uno scambio fra simili che si riconoscono e strategicamente si alleano: disarmati, ma convinti che inerzia e passività non siano mail soluzione.
«Restare politici nel tramonto della politica», scriveva.
Pochi mesi prima di lasciare l'Italia per sempre aveva definito sé stesso «un europeo moderno» e guardava all'orizzonte europeo come a una necessità. Se non addirittura viene una salvezza. Il giovane uomo scomparso da un secolo continua a parlare. La sua voce insiste, si ostina. Addita il deserto della rassegnazione e del cinismo in cui  sostiamo senza riconoscerlo come deserto. La sua voce non cede, nemmeno quando è quasi senza fiato. Fa argine alla disillusione. Accende la scintilla di un "tumulto" che spesso è quasi impercettibile, e può essere  ignorata, o derubricata a insignificante da chi attende. Anche oggi. Eppure ci sono. Ci sono quelli che dicono no, quelli che non restano al balcone, quelli che non accettano l'Alzheimer globale che fa dimenticare le tragedie indicibili del Novecento, quelli che rifiutano la logica  *realista" del riarmo senza se e senza ma, quelli che avvertono ancora il senso del limite, e di una responsabilità di fronte a ingiustizie tanto potenti, reiterate e insopportabili. Ci sono o potrebbero esserci le sentinelle di un risveglio nel collasso morale che parte della stampa dell'opinione pubblica finge di non vedere.

Chiarezza e verità
Nonostante l'indifferenza, l'ignoranza o l'ostilità, un cittadino come Gobetti fa qualcosa di difficile e decisivo: spinge ad aprirsi al mondo, a capire chi siamo, a impegnarci. Fa luce nelle zone d'ombra, nell'oscurità. Cerca la chiarezza e la verità. «E la verità - anche quando è terribile - è sempre e comunque un'anticipazione di speranza. Non può esserci speranza senza verità», mi ha detto una volta un grande scrittore,  Ermanno Rea. A proposito di voci, ho l'im pressione di averla ancora nelle orecchie. Grave, quasi cavernosa. «La verità - anche quando è terribile - è sempre e comunque un'anticipazione di speranza. Non può esserci speranza senza verità». Intellettuali come Gobetti lavorano perché la verità non sia offesa e non sia nascosta, perché non sia negata, perché risulta chiaro che la politica, o meglio, l'essere e restare politici, non è una posa, una questione estetica, ma è sempre - al fondo - una questione di vita o di morte.

Domani,  10 novembre 2025