TOMMASO FIORE
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IL SACCO DI ALTAMURA*

I
L'indole degli abitanti di questa città sulle Murge è stata enfaticamente esaltata e le sue minime cose raccolte da studiosi quasi maniaci, che a rileggerli mi par di sentire la famosa introduzione del Manzoni ai Promessi Sposi: l'historia si può veramente deffinire... Che è poi la negazione della storia. Ma io lascerei da parte gli storici della tradizione patriottarda o umanistica condannata dal Croce, quale il Botta il Colletta e anche lo stesso Cuoco, moderato ed esaltatore di Napoleone. Sono deciso a riesaminare gli ultimi dieci anni del '700 per quel che riguarda la mia città natale e ilRegno di Napoli, ripercorrendo, per quanto mi riguarda, solo gli storici moderni, di questo secolo, il Croce, Antonio Lucarelli, il Simioni, il Lemmi, il Franchetti e anche Franco Molfese, per il brigantaggio, e Salvatore F. Romano per le nostre classi sociali.
II
La « Storia del Regno di Napoli », Laterza 1931, del Croce, ricca di problemi al solito, comincia questo periodo con la singolare affermazione che non di rado la storia appare alterata da un errore di prospettiva, in verità non infrequente.
Perdura nella storiografia politica il vezzo di somministrare con preferenza racconti di stoltizie, di miserie e sciagure, o almeno di porre sullo stesso piano mali beni, avventure e disavventure, attività e passività, positivo e negativo, mescolando e contemperando i primi coi secondi. Si direbbe che a molti narratori stiano ancora dinanzi, come modelli, quegli annalisti romani che con triste cipiglio descrissero la corruttela delle istituzioni repubblicane i e i deliri degli imperatori... (Op. cit., 211-12). Giusta la ripugnanza della storia moderna alle vecchie forme di moralismo tacitiano, ma non possiamo evitare lo sdegno e la sollevazione morale, il Croce lo sa bene, che costituiscono tanta parte nei moventi della storia, nelle sollevazioni, cioè, delle plebi contro oppressioni intollerabili.
Piuttosto... vi sono amici che si allarmano vedendo ricomparire vecchie storie borboniche, che a tutti parevano tramontare per sempre. E io direi che non val la pena di attardarsi dietro scrittori di nessuna importanza, appunto perchè retrivi. A noi tocca riconfermare o modificare il giudizio della storia, che è poi quello della cultura e della civiltà.
III
L'attenzione degli storici si rivolge naturalmente agli uomini che prepararono le rivoluzioni, da cui si è formata l'Unità d'Italia. E si rifanno, per la nostra Puglia, ai patrioti ben conosciuti dell'illumini-smo in questa nostra costa d'Italia: il Palmieri, il Briganti, l'Astori, il Davanzati, il Monticelli, il Giovene, il Falconieri, il Fiani, il Tupputi, il Capecelatro e il De Samuele Cagnazzi, che studiò matematica e filosofia nell'Università di Altamura (Lucarelli, « La Puglia nel Risorgimento Bari, vol. I, 1931). C'era dunque un'Università ad Altamura? Sì, sappiamo tutti che se n'è occupato nell'altro secolo il Serena. E averla i Borboni soppressa, mentre il Cuoco pensava di restaurarla il 1816, sulla Murgia, fu un errore madornale e quindi una colpa di cui ancora sopportiamo le conseguenze. Andava bene nel cuore del mondo contadino quell'Università iniziatasi nel 1748...La storia della Puglia certo avrebbe avuto ben altro corso. Era sorta per volere della stessa città, col consenso del Tanucci e l'aiuto di Marcello Papiniano Cusani, che era stato già insegnante, e durò sino alla reazione borbonica del '92.
Le materie che vi s'insegnavano sono segno dei tempi e dello scientifismo di Cartesio: matematica, logica, fisica e metafisica, etica e diritto naturale, anatomia con medicina e botanica, giurisprudenza civile e canonica, diritto del Regno, storia e cronologia, non senza teologia, dogmatica e apparato biblico, poi eloquenza romana e italiana, grammatica greca e latina. I giovani, assicura il nostro Lucarelli, accorrevano a schiere, attratti dalla fama di valenti maestri come Bovio, Cagnazzi, Soria, Manfredi, Bisceglia (p. 194).
Le Memorie lasciate dal mio grande concittadino, l'arcidiacono Cagnazzi, mi fecero l'impressione che il suo spirito appartenga più al '700 che all'800, più alle scienze che alla politica, più alla monarchia illuminata di due secoli fa che ad un autentico costituzionalismo ottocentesco. Ciò non gl'impedì di presiedere alla Camera dei Deputati ancora il 1848, nelle giornate tempestose del maggio. Ma più durante la sollevazione di Altamura, come segretario della Municipalità e Commissario del Cantone, spiegò, dice lo storico di Acquaviva, un influsso moderatore, sia infrenando gli eccessi della plebe anarchica, sia inculcando negli animi la concezione di una libertà ragionevole, conforme ai precetti evangelici, proprio così come la vagheggiava l'arciprete Giovene (op. cit., I, p. 185).
IV
La rivendicazione della cultura, in quella che il Galanti chiamava la Repubblica di Europa, forma la caratteristica dell'illuminismo trionfante in quel periodo, che preparò i moti rivoluzionari di Francia e di Europa. Il Forges Davanzati, volgendosi al senatore Gregoire durante l'esilio parigino, rivendicava nobilmente la cultura del Mezzogiorno ed il carattere degl'Italiani con queste parole: I lumi della scienza erano così avanzati nel Regno di Napoli che, prima che la Rivoluzione avesse proclamato la sovranità del popolo, gli uomini di lettere napoletani l'avevano proclamata nei loro libri, sorpassando i Francesi con quel moto lento, ma progressivo e sicuro, che è proprio del carattere italiano (Vie d'André Serao, vol. V, p. 70).
Ma giacchè parliamo di cultura, il Croce vi sta di casa. Non credo che il filosofo, il quale doveva in seguito risolvere la filosofia nella storia, avrebbe continuato a pensare che i migliori giudici non sono certo i critici i posteriori, ma gli uomini che si trovano in quei tempi, in quelle condizioni, alle prese con quelle difficoltà, e nei quali ardeva tanto zelo civile (op. cit., p. 210).
Mi sia lecito dissentire: noi vediamo più dei nostri antenati, non per altro, ma perchè stiamo sulle loro spalle: è una scoperta di Giordano Bruno.
V
Ora lo stesso Croce, parlando delle condizioni dei vari ceti sociali di quel tempo nel Regno di Napoli, riconosce che lo scarso valore morale della borghesia, la mala disposizione del popolo erano aggravati e inveleniti dalla povertà di gran parte del paese, povertà naturale e povertà artificiale per la mancanza di strade e di altre necessarie opere pubbliche; la qual cosa complicava il problema dell'educazione politica dell'Italia Meridionale (p. 215). Ma perché accusare di pessimismo un veggente illuminato come il Galanti? Costui era di quelli che non si illudevano... aveva temperamento pessimistico e quando fu invitato dal Governo a studiare le condizioni delle provincie (precisamente il 1792), con questa visita, scrive, io ho ben veduto che i popoli non hanno costumi, così necessari per l'osservanza delle leggi, e così preziosi in ogni forma di governo; la nazione, in generale, non ha alcuna consistenza politica, ed i conseguenza lo stato va privo della sua forza ed in bisogno non c’è da farne molto capitale. Tutte le parti dello stato si risentono ancora delle calamità sofferte nel corso dei sei secoli (pp. 215. 16). Il Galanti, come si sa, ebbe la chiaroveggenza di capire che la Rivoluzione nasceva con tre generazioni di anticipo. Che cosa si può chiedere di più ad uno studioso di problemi sociali? Ricorda anche il Croce che i Francesi, nel decennio, notarono quanto fosse comune la ritrosia, anche della gente per bene, ad assumere pubblici uffizi per paura di compromettersi, per pigrizia, per indifferenza; lodevole ed onorevole sembrava infatti la massima che abbiamo udito ripetere fino ai nostri giorni, che il galantuomo deve farsi i fatti propri», ossia non impacciarsi della cosa pubblica (op. cit., p. 217). Ma questo è nulla. Occupandomi della Capitanata dopo la fine della prima guerra mondiale, e girando qua e là perosservarla coi miei occhi, un tecnico del Consorzio Agrario a Foggia ebbe farmi notare che, fino a quel tempo, le buone famiglie borghesi ripugnavano non di rado dall'occuparsi dei loro beni, delle loro campagne e ciò perchè non volevano si dicesse che lo facevano per bisogno, perchè non ave-vano più di che vivere da signori. Ma torniamo alla Puglia di allora, alla fine del '700.
VI
Ora si spiega perchè uno dei principi capitali dell'Illuminismo era la terra a chi la lavora. Si diano i terreni a chiunque purchè voglia e possa coltivarli. Chi si esprimeva così non è un bolscevico in anticipo, ma il moderato Palmieri, ben conscio della condizione delle nostre terre (v. Della Ricchezza Nazionale», p. 78).
VII
Anche il problema della libertà cominciava ad esprimersi concretamente con l'Illuminismo. - Non a torto, assicura il Lucarelli, il Pecchio affermava che l'indipendenza non è soltanto un « grido di rivoluzione » ma anche un « principio di economia politica» e che questa è pur «la scienza dell'amor proprio». Infatti dalla disamina dei problemi economici alla formulazione dei postulati politici è tutta una serie di serrati e stringenti raziocini: libertà agricola, libertà industriale, libertà commerciale, libertà civile, libertà politica, libertà religiosa. Il principio logico è chiaro nei suoi princìpi di diritto naturale, conseguente nelle deduzioni ulteriori, irrefutabile nell'epilogo... Economisti, filosofi, storici, naturalisti, agronomi, letterati, artisti inveiscono quasi tutti in breccia contro il dispotismo; ma colui che ne scruta le oblique scaturigini e ne smaschera con passionato eloquio le ingannevoli parvenze è il Briganti, di Gallipoli (Lucarelli, op. cit., vol. pp. 265, 267-68).
Ma dunque i Borboni di Napoli accettavano l'Illuminismo? Sì, per quanto era possibile, cioè nei limiti del paternalismo della Monarchia sotto la spinta del regalismo giannoniano. In questo, la maniera in cui gli Stati d'Europa miravano a diventare fattori di sviluppo economico e sociale. E come le Monarchie avrebbero potuto sottrarsi al loro proprio interesse? Due furono i momenti di questo svolgimento in Italia, a giudizio di Salvatore F. Romano: Per tutta la prima metà del secolo XVIII, nel Mezzogiorno e non soltanto in questo, la lotta contro la Chiesa per l'affermarsi di un'autonomia dello Stato (che riguarda anche le proprietà della Chiesa che si allargano si estendono) è lotta soprattutto per sottrarsi al tributo feudale, in certi casi, e in genere ad ogni forma di dipendenza dalla Chiesa, rompendo i limiti che l'ordinamento privilegiato feudale della Chiesa pone e oppone all'azione dello Stato. E lotta giurisdizionale; mentre qualcosa di diverso e di più avanzato è nell'azione riformistica di taluni principi della seconda metà del sec. XVIII. Tutto questo però non avviene sempre in due fasi e tanto meno in due periodi di tempo nettamente distinti. Nel Mezzogiorno, il Regno di Napoli non ha portato a termine la sua lotta per l'autonomia dalla Chiesa, che già si fanno valere esigenze riformistiche di altro tipo, più direttamente connesse ad esigenze di trasformazione economica e sociale (« Le classi sociali in Italia », Einaudi 1965, p. 51). Naturalmente questo moto non affidato al vecchio feudalesimo, anche se non è tutto di origine borghese; ma comincia a for marsi una burocrazia statale, un ceto dr funzionari che ha una funzione moderna, certo più avanzata e progredita, ma non rappresenta ancora la formazione di un ceto borghese capitalistico…. È questo strato sociale che costituisce il nucleo essenziale del movimento riformatore della seconda metà del sec. XVIII. Esso spinge all'azione di riforma lo Stato, o meglio il principe, nel quadro dell'assolutismo illuminato, anche nel settore economico e sociale, pure se spesso in forme inadeguate e indirette. A questo ceto appartengono scrittori, riformatori, fra i più famosi in materia economica... (S.F. Romano, op. cit., pp. 52-53). Tanto poco, nel movimento promosso dal Tanucci, poteva entrare come primo determinante la volontà di uno squilibrato come il giovine principe e poi re di Napoli, Ferdinando.
VIII
Per concludere, il Lucarelli, dopo aver passato la sua vita negli archivi, afferma che dai documenti possiamo trarre questa conclusione: demolire i sistemi «abusivi» e «distruttivi» del feudalesimo, attenuare gli aspri dislivelli che intercedevano fra le classi civili ed uguagliare tutti i cittadini dinanzi alla legge comune, era, in quel periodo storico, la manifesta propensione della dinastia borbonica (I, pp. 295-96).
IX
Ora, fra il dicembre 1792 ed il gennaio seguente la flotta francese, comandata dal Latouche, giunse nel golfo di Napoli e vi si trattenne. Tanto bastò perchè la borghesia intelligente, monarchica e illuminata, passasse senz'altro al giacobinismo repubblicano. Sul principio, precisa lo storico di Acquaviva, gli spiriti furono oscillanti tra la massoneria liberale e il giacobinismo repubblicano. Capo il prof. Carlo Lauberg, abruzzese, che nel convegno di Posillipo costituì la Società Patriottica l'estate del '93. Stamparono la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e la Costituzione francese (p. 353).
Spiega Croce che in tal modo anche il moderato Cuoco fu preso dalla dolce illusione della repubblica e quasi tutti gli altri con lui. Come tutti sanno, il Croce, nè il '24, allorchè giustificava il delitto cui formulò la religione della libertà, fu mai antimonarchico per principio. Vero che critiche al re Vittorio Emanuele di Savoia indusse altri ad orientarsi verso la repubblica. Qualcosa di simile dovette avvenire nella situazione che stiamo studiando. Quei giacobini napoletani, egli dice, uniti coi loro fratelli di tutta Italia, trapiantavano in Italia l'ideale della libertà secondo i tempi nuovi, come governo della classe colta e capace intellettualmente ed economicamente operosa... e formarono il comune sentimento della nazionalità italiana, fondandolo non più, come prima, sulla comune lingua e letteratura e sulle comuni memorie di Roma, ma sopra un sentimento politico comune. Due ideali, dei quali il primo era, dopo oltre un secolo che ha operato, si dice che sia invecchiato e da sostituire, e io non so cosa pensare e di siffatti giudizi e delle congiunte aspettazioni; il secondo, per lo meno, è ancora vivo e forte (p. 223).
A dir vero noi, della scuola di Gobetti e Salvemini, non abbiamo mai temuto che la libertà corresse seri pericoli nel nostro Occidente, almeno negli Stati anglosassoni, in cui è radicata nel profondo.
Va egregiamente congiunta con la democrazia. Ma il Croce, a simiglianza di Socrate, non ha mai fatto sua la parola democrazia e il suo e spirito, almeno fino alla cacciata definitiva del e fascismo e del nazismo.
E questa è la ragione per cui lo troviamo lietamente d'accordo col Cuoco, pel fatto che costui giudicò che le teorie politiche venute a Napoli di Francia erano assai leggiere a paragone di quelle dell'antica scuola italiana, dal Machiavelli al Vico (p. 220). E già vuole disepararsi dal Crispi, il quale, commemorando il 1892 la Rivoluzione Francese, sostenne che senza di questa l'Italia si sarebbe formata meglio! Superflua sembra a noi questa cautela del maestro: sappiamo tutti, ahimè, che colui che aveva preparato la spedizione di Garibaldi, si era ridotto all'ultimo, corroso dalla febbre triplicista, a sragionare sull'abolizione del Parlamento in Italia!
Ma il problema essenziale è ben altro e consiste nel giudizio storico da dare fra Monarchia e Illuminismo, fra Maria Carolina, col marito semplicione, e quegli uomini di grande levatura che ora se ne staccavano risolutamente. Sarebbe difficile dire da quale delle due parti cominciassero le ostilità..., afferma il Croce (p. 226). Ma no, maestro, le responsabilità son sempre da parte di chi comanda ed ha il dovere di non perdere la testa in nessun caso, anzi di prevedere gli eventi futuri ed andar loro incontro. Invece proprio allora e da allora in poi, afferma il Croce, il potere monarchico, che era prima al centro o alla cima del progresso politico del paese, si conturba, si appiglia a disperati mezzi a di resistenza, e non decade già al secondo luogo nella collaborazione, ma addirittura passa al luogo dell'opposizione, diventa reazionario e negativo (p. 225).
Che giova tacerlo? Nessuna giustificazione possibile per la paura, l'indecisione, il malanimo e la vendetta cieca.
X
Tuttavia queste tristi figure della nostra storia hanno pur un volto, un modo inconfondibile di reagire, che non può sfuggire all'attenzione di chi li studia. E un sereno studioso ho sempre trovato A. Simioni, che così giudica: Lasciato a se stesso e ai suoi piaceri, ogni barlume di bontà fatalmente si spegne, dominato dalla moglie, credulo fino al ridicolo, indifferente al bene, ignaro del proprio dovere, pauroso anche della propria ombra, al primo indizio di pericolo, di cui non sa abbracciare le cause e valutare la portata, diventerà stupidamente feroce e, credendo di difendere la dignità regale, lascerà dissanguare il Regno da un'orda di avventurieri senza scrupoli (« Le Origini del Risorgimento politico nell'Italia Meridionale», Principato 1925, vol. I, p. 11). E per la moglie austriaca, la sorella di Maria Antonietta: dominata dal terrore e dall'odio, riuscì ad infondere nel marito gli stessi sentimenti, ed questi sacrificò la pace del Regno, il vantaggio dello Stato, l'indipendenza stessa del Governo e della Nazione (ibi, p. 15).
XI
Per riprendere ora il nostro racconto, senza perdere di vista la guida esperta del pugliese di Acquaviva, diremo che le persecuzioni di Giuseppe De Deo; poi in casa dei fratelli Del Re di Emanuele De Deo. Il Lauberg fuggì ed il poeta fasanese, il Ciaia, cantò il futuro protomartire. Per denunzia furono arrestati l'ebanista Vincenzo Vitaliani, Rocco Lentini ed Emanuele De Deo. La Suprema Giunta condannò uno solo a morte: Sia sospeso al laccio davanti al Castello Nuovo (Lucarelli, op. cit., vol. I, p. 383). Ma egli bramava, suprema gioia, il sacrificio di sè sull'altare dell'invocata libertà! (Simioni, op. cit., p. 529).
Sublime è stata giudicata la sua ultima lettera al fratello. Fu allora che un ignoto esule cantò:
LA PUGLIA ANTESIGNANA DI LIBERTÀ
Voi dell' Apulia generosi spirti,
della nativa libertade antica
pieni e di possederla ancor bramosi,
fra i popoli d'Italia i primi foste,
che n0n un vano e semplice piacere
di vederla risorta in cor sentiste,
ma in efficaci modi, in cure ardenti
per averla fra voi pensier vi deste.
Voi, sagge e candide alme,
di virtudee di viva amicizia unico esempio,
fu Monticelli di Japigia onore,
d'aurei costumi e di sapere adorno…
(Lucarelli, Op. cit., vol. II, 1934, p. 4).
XII
Cinque anni dopo, il re irresoluto, a giudizio del Franchetti (« Storia generale d'Italia », Vallardi, p. 317), secondo il suo solito, fra due opposte paure e sotto l'impulso della bisbetica regina, come si esprime il mite Lasorsa (« Storia di Puglia », Bari 1960, vol. V.
Cinque anni dopo, il re irresoluto, a giudizio del Franchetti(«Storia generale d'Italia», Vallardi, p. 317), secondo il suo solito, fra due opposte paure sotto l'impulso della bisbetica regina, come si esprime il mite Lasorsa (« Storia di Puglia», Bari 1960, vol. V, p. 57), iniziò il 29 novembre 1798 una marcia verso lo Stato Pontificio, col più bell'esercito d'Europa, com'ebbe a dire il comandante austriaco Mack (Franchetti, op. cit., p. 320), per ristabilire la cattolica religione, far cessare l'anarchia e porlo sotto il regolare governo del suo legittimo sovrano, il Papa. Questa dichiarazione di guerra, dice il Croce, fu il maggior tradimento della Monarchia (p. 228).
XIII
Ma è tempo oramai di vedere come al tradimento della Monarchia rispondessero i suoi sudditi, quelli di ispirazione liberale quelli che per la prima volta nella storia moderna affacciarono rivendicazioni d'altro genere. Una particolare penetrazione ha mostrato il Lucarelli, autore di due ammirati saggi su « Il brigantaggio politico nel Mezzogiorno d'Italia », Laterza 1942, e «Il brigantaggio politico nella Puglia». Egli è stato il primo che, con le sue felici intuizioni sul brigantaggio popolare, ha mostrato di essere serenamente politico, schietto ed acuto nell'indagine sulla vita storica del nostro paese. Mentre dunque la Monarchia sempre più dal '97 in poi intensificava la sua opera di repressione anti-illuministica, nel comitato centrale rivoluzionario, il quale si radunava in casa Fasullo, a fine di infrenare la sollevazione proletaria e spianare la via alle milizie repubblicane, si aspettava la giustizia rivendicatrice della storia. Il moto politico si riaccendeva mercè l'ausilio delle armi straniere, con la rivoluzione di quel 1798, che del moto apparentemente stroncato da sanguinose persecuzioni, è una ripresa ed una conseguenza diretta: gli stessi uomini, le identiche aspirazioni, il medesimo pensiero (vol. II, pp. 19 e 22).
Ma erano le idee ugualmente chiare nella maggioranza degli uomini, ovvero la Rivoluzione era, già sul nascere, destinata a sparire?
La quistione dell'uguaglianza prese naturalmente un carattere decisamente borghese per opera proprio del Lauberg, per l'occasione diventato Laubert. L'uguaglianza consiste nel fare che la legge sia uguale per tutti e protegga l'innocente ed il povero contro l'oppressore ricco e potente, e nel punto stesso, che gli impieghi non siano il premio del favore e dell'intrigo, ma dei talenti e della virtù (vol. II, p. 23).
Al principio del nuovo anno, il 23 gennaio 1799, era nata la Repubblica Partenopea, ma ignorava le richieste del mondo contadino, che proprio allora si affacciava alla storia con un volto particolare. Un secolo e mezzo prima, 1647-48, durante la rivoluzione di Masaniello, nella sollevazione che ne seguì nel Mezzogiorno, i contadini di Puglia e Basilicata, sotto la guida di Matteo Cristiano, si batterono egregiamente contro la tirannide feudale ed ebbero la soddisfazione di guardare alle spalle il Guercio di Conversano, volto in fuga. Ma a nessuno di quei cafoni sarebbe venuto in testa di avanzare richieste circa la terra, contestando i diritti della baronia. La lotta di classe doveva scoppiare invece adesso, sotto la nuova repubblica. La rappresentazione che ce ne dà lo storico di Acquaviva è quella, mi sembra, che meglio penetra la realtà.
Non è a dire però che i contadini avessero idee precise, loro. Ancora sessant'anni dopo, al momento cioè dell'Unificazione d'Italia, spiega acutamente il Molfese (op. cit., p. 16), la confusa ma radicata ideologia contadina era in parte fondata sulla difesa di immediati interessi economici, in parte motivata dall' aspirazione al ripristino di taluni aspetti della proprietà terriera superati dallo sviluppo sociale, in parte, infine, dettata dai rancori provocati da secolari soprusi ed ingiustizie e si arricchisce di motivi genericamente politici.
XIV
Nè realisti, nè repubblicani i contadini della Puglia: tale l'arguta definizione dello storico pugliese in una pagina memoranda; ma innanzi tutto proletari, che nell'atmosfera nascente di libertà si levano a tutela dei loro diritti, per tanti secoli conculcati, scacciano dalle amministrazioni pubbliche i loro dirigenti, sostituiscono alle antiche autorità magistrati dittatori plebei, ed ergendosi sulle discordanti passioni borghesi, proclamano ed effettuano le loro rivoluzioni, sia contro i giacobini, sia contro i borbonici. E poichè la democrazia s'impersona nei galantuomini che sfoggiano lusso e ricchezze tra le misere popolazioni, e poiché le maggiori protagonisti del novello regime vengono dalle famiglie più doviziose, come i Bruno, i Zezza, i Massa, i Carafa, gli Albanese, non di rado vengono processati per usurpazione di terre demaniali, consegue nel semplice raziocinio dei volghi che latifondista e proprietario son termini equivalenti di repubblicani e liberali. Chi ha pane e vino ha da esser giacobino! Patria, libertà, eguaglianza son tutte ideologie delle classi colte ed agiate, non già aspirazioni delle turbe, che gemono nell'ignoranza e nella miseria. A che vale una libertà o una patria che non tolga dall'indigenza le classi umili? A che vale l'uguaglianza che non si estenda alla compartecipazione dei beni e della ricchezza terriera? Libertà ed uguaglianza... ndri e ndri ci fa la panza! I contadini, «scarpe grosse e cervelli fini», come li raffigura il motto vernacolare, cantavano e ragionavano così durante la Rivoluzione; ed in tal modo continuano a ragionar tuttavia, nell'età nostra al di fuori e al di sopra di ogni dottrina politica (op. cit., vol. II, p. 44).
A parte un sorrisetto dello storico di Acquaviva, come un'ombra lieve di malizia, questa è la giusta filosofia della lotta di classe, giusta perchè scoppia dalla realtà economica e sociale. Possiamo ora comprendere come Altamura, insieme con Acquaviva delle Fonti e Martina Franca, offrano un magnifico esemplare di quelle città pugliesi, che non solo accolsero sinceramente il nuovo governo, ma propugnarono la loro fede liberale con fulgido eroismo.
XV
La posizione della città a cavaliere di un alto colle tra la Basilicata e la Puglia... l'Università degli studi, la densa popolazione che si aggirava intorno ai 20 mila abitanti (1), le produzioni pascolari ed agricole, ond'era considerata, dopo Foggia, la più ricca città della Puglia, tutte queste prerogative di carattere topografico, culturale, storico ed economico ponevano Altamura fra i centri più notevoli del Mezzogiorno. Ma imperituro nome le pervenne dai fatti del 1799 e sono celebrati con parole di alto encomio dagli storici d’ogni parte d’Italia, che s’indugiavano con larga copia di particolari. In realtà non erano che 11. 543, come precisa il prof. Domenico De Marco sul memorando assedio che alla città valse l'appellativo di leonessa delle Puglie (op. cit., vol. II, pp. 153-54).
La fonte principale delle indagini è il terlizzese Vitangelo Bisceglia, con le sue «Memorie storiche». Non abbiamo a che fare con un eroe, ma con un uomo della nuova cultura. Alunno e amico del Genovesi e lui stesso botanico, agronomo e giureconsulto, ottenne posizioni molto onorifiche, ciò che non esclude che sia stato un cittadino poco o punto encomiabile per i suoi comportamenti, come l'aver abbandonato l'arciprete palatino De Gemmis ad Altamura, in mezzo ai guai, pur essendo di lui vicario generale. Egli scriveva nelle sue «Cronache», mai pubblicate, che «la democrazia fu immaginata per l'infelicità degli uomini» (op. cit., II, pp. 155-57) e simili fioretti.
Un'ardita falange di propugnatori, giudica il Cuoco, i difensori della città. Ed il nostro storico di Acquaviva con precisione giudica che i moti liberali di Altamura scaturirono dalla cultura scientifica e letteraria, che per lo spazio di 50 anni si era largamente diffusa in ogni strato della popolazione, compenetrando l'aristocrazia, la borghesia, il clero, l'artigianato e fors'anche, per le indissociabili aderenze, il ceto villereccio dei massari...
Fra gl'insegnanti dell'Ateneo ricorderò il celebre Cagnazzi, uno dei personaggi più insigni del Risorgimento Meridionale, poi Manfredi, Bovio, De Bernardis, Ceglie Popolizio, quasi tutti sacerdoti; seguono i nobili borghesi di tutta la storia dell'ottocento, poi frati, possidenti e professionisti, Labriola, Giannuzzi, Castelli, De Nora, Festa, Sorge, Laudati, San Mauro, Loporcaro, Natrella, D'Alesio, Tritto e Santoro; fra i massari Chironna, Vitale, Gramegna, e fra i proletari, anch'essi partecipi della democrazia, Nardone, Ventricelli, Porzia, Croce, Cicirelli, Manfredi e Giacinto Mercadante, che fu condannato all'esilio. Fra tanti sostenitori delle pubbliche libertà emergevano però gli studenti, i quali, come ricorda il Cagnazzi, presero l’iniziativa del moto rivoluzionario.
XVI
Diede origine al capovolgimento della situazione il 3 febbraio '99 un prete di famiglia operaia, Michele Chierico, che in Chiesa parlò della fuga del re e indisse un comizio in piazza per il domani. Quivi, nel seno dell'assemblea si manifestarono subito due tendenze o partiti, l'una per impegnare il popolo nella Rivoluzione con l'idea del saccheggio, e i moderati che avversavano tale violenze...Sicchè il popolo, non sapendo che fare e tutto stordito, corse nella Chiesa Madre ed obbligò l'arcidiacono Cagnazzi, tanto stimato per dottrina e probità, ad uscir fuori nella piazza per dire che doveva trattarsi nell'adunanza.
Quegli, da par suo, disse parole di concordia e di pace, e propose che si nominassero dapprima trenta deputati e fra questi si scegliessero poscia coloro che dovevano andare a Napoli dal Governo provvisorio... Appianata la controversia, ognuno se ne tornò a casa, quieto e tranquillo, ma rimase nel capo di molti del popolo asseriscono concordemente i diaristi ch'essi erano qualche cosa e che l'uguaglianza doveva consistere nel poter occupare impunemente la roba altrui; vecchia storia di tutte le rivoluzioni sociali! (op. cit., vol. II, pp. 159-60).
Dopo il 3 febbraio giunsero le istruzioni e i proclami del Governo provvisorio, fu piantato l'albero con immensa soddisfazione in piazza San Domenico, fu costituita la Municipalità con Pasquale Viti, presidente, segretario Cagnazzi, si formò un battaglione di guardia repubblicana al comando del chirurgo Calderini e del Sorge, sergente di cavalleria. Ma purtroppo le favorevoli disposizioni di Altamura, Acquaviva, Bari, Martina Franca e Foggia s'infransero contro la superstizione e il fanatismo delle circostanti popolazioni...
XVII
Fra le iniziative dei patrioti di Altamura…. dobbiamo ricordare la Federazione delle città realiste: di fronte a Bisceglie, Trani, Andria, Molfetta, Gioia ed i casali dei dintorni di Bari, accampavasi Altamura con Matera, Genzano, Gravina, Terlizzi ed Acquaviva. Degno di considerazione fu l'arrivo e la permanenza in Altamura del Governo dipartimentale, composto del commissario Palomba, sacerdote di Avigliano, di due amministratori, di un elettore, del generale della civica e del suo aiutante. Erano destinati a Matera, ma qui fu abbattuto l'albero il 7 marzo (op. cit., vol. II, pp. 162-63).
Il 22 marzo il generale Palomba tenne a porta Bari un comizio e dichiarò che dal rappresentante Mario Pagano aveva sentito che i suoi poteri erano illimitati, che egli era incaricato di rigenerare in tutti i suoi principi un popolo abbrutito da secoli... era a suo carico di formarlo con nuove istituzioni di morale e con nuove massime fondate sui diritti ingeniti dell'uomo e soprattutto su due punti cardinali, la libertà e l'uguaglianza, e sulle conseguenze che da essi derivano, riguardanti il passato ed il nuovo regime. Era, in una parola, sua obbligazione di costituire una nuova società, tutta differente dalla prima.
Il Palomba viene aspramente condannato dal cronista che conosciamo, il Bisceglia; di fatto però non ha alcuna colpa da attribuirsi.
XVIII
Non passa molto che scoppia un conflitto intercomunale tra Matera e Altamura.
I fatti d'arme cominciati nel marzo degenerano subito in scorverie distruttrici, di che arrabbiati gli altamurani menarono vendette vittoriose per due volte. Ed ecco il 24 giunge come plenipotenziario un ufficiale della R. Udienza, a chiedere di abbattere subito l'albero e pagar 12 mila ducati per rifar dei danni. Chi era costui? Francesco Rusciano, colonnello dell'esercito del cardinale Ruffo! Il più spaurito ne fu il futuro narratore Bisceglia, Rettore della Università di Altamura, che, come si è accennato sopra chiese ed ottenne da Mons. De Gemmis di andarsene. Il Ruffo era a Matera il 6 maggio (op. cit., vol. II, pp. 167-75).
Siamo ora nell'insurrezione borbonica proletaria. Per attrarre le plebi nell'orbita del nuovo regime... parecchi ed efficaci espedienti erano alla mano; l'abolizione degli esosi balzelli feudali, la confisca e la ripartizione delle terre ecclesiastiche, la risoluzione dei litigi che da molti anni pendevano nella Sommaria e nel Sacro Regio Consiglio, la rivendicazione degli usi civici e dell'usurpato demanio; l'uguaglianza civile sinceramente attuata ed estesa ai ceti proletari, la repressione d'ogni minaccia reazionaria... La Repubblica napoletana, osserva Onofrio Friani, cominciò a morire sul nascere, perchè i vizi erano nel germe... il popolo non vide realizzarsi i propri vantaggi; quindi il disordine, quindi il generale disgusto, quindi la rovina del Governo (op. cit., vol. II, pp. 217-19). E questo riconferma il giudizio ricordato del Galante sulla immaturità generale.
XIX
Chi volesse spassarsi con l'aneddotica clericale, troverà molta materia ne « La Santa Fede» (Mondadori 1936) sulla spedizione del cardinale Ruffo, ad opera di Massimo Lelj che chiama lo strano conquistatore il Garibaldi borbonico. Fabrizio Ruffo, rimasto nell'ordine dei diaconi, aveva studiato a Roma nell'istituto Clementino scienze fisiche, politica ed economica e, cardinale, rivestiva cariche civili e militari nello Stato Romano, per protezione di Papa Braschi, Pio VI, e poi a Napoli era stato accetto ai Borboni. A Palermo la regina tien consiglio di Corte, presenti Nelson ed Acton, per affidare a questo nobile la riconquista del Regno, come General Vicario ed Alter Ego.
Non si tratta di un'idea geniale, ma di ricalcare una regola di politica, normale in quei sudditi della baronia, briganti o bravi, sempre a servizio dei padroni. Per sollevare plebi inselvatichite, nulla di più pratico che far capo a uomini di chiesa, come si continuò poi anche in seguito contro i murattiani, contro i fratelli Bandiera, i Pisacane e lo stesso Governo italiano. Secondo il Lelj, questo Ruffo è il Duce, il Sacro Porporato, l'eminentissimo, l'eroe cardinale, l'uomo inciarmato, che vuol dire fornito di virtù magiche e soprannaturali, e invulnerabile anche come Achille. Costui è il profeta che trascinerà seco le aberranti moltitudini e salverà il Mezzogiorno dall'ateismo e dalla perdizione, in cui l'aveva sommerso la nuova scienza liberale.
L'uomo di chiesa sbarca in Calabria il febbraio con otto persone e a lui si riuniscono Giambattista De Cesari, sedicente principe di Sassonia, e Micheroux, geloso plenipotenziario del Governo, cioè di Acton... Ma lui, personalmente, il Ruffo cosa farà? Di quali doti personali dispone? È sprezzante della vita, affronta disagi e pericoli... Non rifugge da qualsiasi mezzo, compenetrato, com'egli è, di vivo senso realistico: finge, nega ed afferma per mero calcolo politico, ed or contrasta or seconda la superstizione o le tendenze rapinatrici della plebe, atteggiandosi, con opportuna demagogia, sostenitore delle classi popolari. Fa buon viso ai nunzi di Maometto, tratta da pari a pari l'anglo-corso De Cesari, e non di rado carezza ed accoglie tra le sue file, suscitando le ire dell'ingenuo Micheroux, uomini torbidi e faziosi. Parrebbe assai rigido severo, ma è incline alla mitezza... e quando Carolina ed Acton, pervasi da settario furore, vorrebbero incitarlo a crudeltà, egli coraggiosamente rilutta: Meno rigore e si rinunzi alla vendetta, oppure sia questa ristretta e soprattutto molto tarda... Generosità e è clemenza è pur la caratteristica dei commuovitori di popolo (op. cit., vol. II, pp. 373-74). Questo giudizio equanime del Lucarelli è degno di un autentico storico.
XX
Ed eccoci ora alla colta città repubblicana.
Altamura è una terribile città, la più ostinata di questa provincia nel partito repubblicano, la più fiera e ribellante, l'ultimo baluardo agli amici della libertà, essa è pur la gran piazza, oltremodo inespugnabile, il più forte antemurale della repubblica (op. cit., vol. II, p. 393).
La battaglia del 9 maggio si svolse così.
I realisti oscillavano intorno a 15 mila e i pezzi di artiglieria sommavano ad una quindicina... A tali forze ingenti ma disordinate i repubblicani opponevano 1200 militi regolarmente armati e tutta una popolazione di circa 20 mila abitanti in varia guisa munita di archibugi, falcioni e accette, avevano pure spingarde e cannoni assai numerosi…Erano preposti alla difesa il generale Mastrangelo, il commissario Palomba ed il maggiore Apparisio, comandante dell'artiglieria, a cui si aggiunse l'ardente giacobino Mario Giannuzzi di Altamura, giovane di 24 anni...
Le turbe calabresi si battono con intrepido valore ed avanzano fin sotto i bastioni, ma sono ributtate, con gravi perdite, dal fuoco degli altamurani... Il cardinale comanda di investire la muraglia dall'opposto lato in direzione di porta Bari... Ma i difensori, spostate rapidamente le artiglierie, respingono per la seconda volta i calabresi, che si ritirano disanimati e sgomenti... La truppa calabrese fu costretta a ritirarsi dopo un lungo combattimento. Resisteva soltanto la cavalleria (op. cit., vol. II, pp. 395-96).
Purtroppo non si comportarono, come dovrebbero i capi, Mastrangelo e Palomba. Dopo un simulacro di processo emettono sentenza di morte contro il parlamentare Vecchioni, gli ufficiali Vinci e Olivieri... e poichè le milizie di Altamura non volevano assecondare l'infame ordine, i fanti di Avigliano fucilano in massa e alla rinfusa quei disgraziati… Nell'ottobre del '99 detersero quell'infamia, affrontando con impavido eroismo le forche del Mercato. Fuggiti questi due sciagurati, i combattenti si affidarono alla tutela di Mario Giannuzzi... Narra il Conforti che costui indefessamente scorse per tutti i siti, incoraggiando suoi compagni d'arme. Da ciascun luogo ne dava l'esempio, tirando dei colpi mortali, e indi passava all'altro. Spiegò in quelle giornate un'attività somma, mostrò che aveva dei talenti militari da saper ben condurre un'impresa (op. cit., vol. II, pp. 399 - 400).
La città dovette arrendersi per mancanza di proiettili. Le notizie degli scrittori sincroni e dei testimoni oculari sono quasi tutte concordi su questo punto: allo spirare del 9 maggio le turbe croce-segnate disperavano della vittoria. E già incombeva la disfatta e la fuga, allorquando uno strano spettacolo rincora gli animi delusi: verso le 23 ore d'Italia, poco prima del tramonto, dai cannoni degli assediati si riversa contro gli assalitori commista a rottami di ferro casalinghi, una gran copia di rame e d’argento! I liberali di Puglia soccombevano per mancanza di proiettili.
Una risoluzione temeraria fu quella di Giannuzzi, che verso le tre ore di notte chiama a consiglio i suoi. La decisione viene prestamente attuata! Aperta la porta di Bari narra il Bisceglia a torme e quasi tutte armate, uscì quel popolo col disegno di farsi strada con la forza in caso di resistenza, ma niuna ne incontrò (op.cit., vol. II, pp. 401-402).
XXI
Ora la parola ancora al Lucarelli: il popolo esalta sempre, ciò che ignora... Dio, tiranni, la libertà: così egli conclude il famoso sacco che subì la città (op, cit., vol. II, p. 408).
Sì, Lucarelli, storico generoso e doloroso; non è cosa facile riconoscere i tiranni, per poco che si ammantino di belle parole. La libertà poi si apprende attraverso secoli di sacrifici. E quanto a Dio... la storia s'incarica di smascherare gl'ipocriti.
E già, con l'occhio all'avvenire un patriota di Basilicata, Francesco Lomonaco, l'anno dopo, il 1800, rivolgeva nei comizi di Lione al cittadino Carnot, profetiche parole con cui invocava l'unificazione d'Italia.
Questo è il progetto ch'esce dal fondo del mio cuore. Se le attuali circostanze, se lo spirito di vertigine che agita il dispotismo europeo, lo fanno restare per ora nel mondo delle chimere, mi auguro almeno che verrà un giorno in cui sarà realizzato. E questo pensiero, questo dolce pensiero, è il più grande tributo che un ardente patriota, martire delle persecuzioni, possa porgere in seno dell'oscurità al benessere dell'Italia, come l'abate di Saint-Pierre nel suo progetto di pace perpetua lo ha offerto alla prosperità del genere umano. (« Rapporto al cittadino Carnot» di Francesco Lomonaco a cura di Fausto Nicolini, 2° ed., Laterza, 1929, p. 327).
Ma già un grande spirito profetico del Mezzogiorno, Vincenzo Russo, spingeva più su l'occhio alla questione sociale. La disuguaglianza dello sviluppo delle facoltà umane e della capacità politica dipende dalla disparità dei metodi di vita e da quello dell'istruzione. Quindi il fondamento di ogni riforma politica è la questione della proprietà. La disuguaglianza è sorta dalla pretesa che il possesso dei beni continui ad esistere di per sè dopo la morte di chi ne ha goduto in vita e che quindi possa essere trasmesso agli altri, cioè dal principio dell'eredità: così una disuguaglianza momentanea è stata, per una superstizione, perpetuata fin dall'inizio... La proprietà veracedelle cose necessarie, la sola che meriti il nome di proprietà, si limita a quello che ci fa d'uopo pel soddisfacimento dei nostri attuali bisogni.
La proprietà futura e permanente è un'istituzione estranea all'ordine che ha la natura delle facoltà umane (D. Cantimori, «Utopisti e riformisti italiani», Sansoni 1934, pp. 115-16).
* *Intervento al convegno Nazionale di Studio su Gli albori del Risorgimento in Terra di Bari, indetto dal comitato Provinciale di Bari dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano e tenutosi a Bari nei giorni 29, 30, 31 ottobre 1966.
